Tante care cose Fulminacci 13 marzo 2021
8.5

Mi pare fosse gennaio 2019. Stavo giocando alla PlayStation, più precisamente a FIFA. Per chi se ne intende, ero alle prese con una carriera allenatore estenuante ma con un obiettivo ben prefissato nella mia testa: portare una squadra di quarta divisione a vincere una Premier League (la Serie A inglese). Mi dico che per l'ultima partita (virtuale) di campionato, un sottofondo musicale coinvolgente, che potesse darmi la carica, fosse adatto. Allora collego Spotify al Google Home (che oramai osserva e ascolta tutto ciò che faccio da ben tre anni) e faccio partire una metaforica Salirò (in Premier League) di Daniele Silvestri. A fine primo tempo, non soddisfatto della prestazione dei miei calciatori, lascio Spotify in riproduzione casuale e parte Borghese In Borghese di un certo Fulminacci. Non lo avevo mai sentito nominare prima, ma mi colpì immediatamente:

È troppo facile dire che c'hai problemi strani
Spesso ad aiutarti è chi c'ha i problemi reali

Così decisi di dargli una possibilità. A mia insaputa, quel giorno, ero entrato dentro un loop stile Black Mirror, perché non appena finiva la canzone, urlavo a Google: "Riproduci di nuovo: Borghese In Borghese di Fulminacci". E lui obbediva. Sono andato avanti così per settimane.

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Marzo 2021. Da quel gennaio di due anni fa sono cambiate tante cose: Filippo ha calcato i palchi di mezza Italia, ha pubblicato altri singoli di successo, è andato a Sanremo. La scorsa settimana ho messo sul giradischi, per la prima volta, il vinile blu autografato di Tante care cose, il secondo, nuovo album di Fulminacci. Mi accoglie cantando:

La mia generazione è quella del Gamecube

L'accostamento immediato e soggettivo al quale ho pensato è stato proprio quello raccontato poco sopra. Devo ringraziare (in parte) il Gamecube (papà della PlayStation) per avermelo fatto conoscere: senza quella console non ci sarebbe stata la strofa di Meglio di così, senza il Gamecube non sarebbe nata in questo modo nemmeno la recensione e senza la PlayStation non avrei scoperto in una maniera così particolare uno dei punti di riferimento dell'indie romano.

Tante care cose è un album maturo. La produzione affidata a Federico Nardelli e Giordano Colombo (con l'apporto straordinario di Tommaso Colliva per Santa Marinella e Frenetik & Orang3 per Un fatto tuo personale) è una certezza e Fulminacci ha una padronanza musicale e lessicale che pochi posseggono. È un disco che scivola leggero, la sua durata esigua (meno di quaranta minuti) è una tranquilla chiacchierata con l'artista, che ha la capacità di mettersi a nudo a poco a poco, sperimentando generi diversi, affermando la sua duttilità in campo artistico (ancora più che in La Vita Veramente, il suo esordio premiato con la Targa Tenco come miglior opera prima). Il ragazzo ha fatto gavetta: dopo un tour a fine 2019 che ha toccato vari capoluoghi italiani, Fulminacci si è ritirato nel suo studio per quasi tutto il 2020 fino a sfornare il primo singolo a settembre scorso: Canguro, traccia di cui si parlerà soltanto alla fine. Quindi, non affrettiamo i tempi e partiamo con ordine, perché quest'album ha una costruzione tale da essere ascoltato dall'inizio alla fine, senza saltare le canzoni. Esse infatti scivolano e si accostano l'una l'altra, hanno una logica intrinseca che le lega tra di loro. Andiamo a scoprire quale.

Meglio di così e Santa Marinella (quest'ultima, scelta per presentarsi sul palco tra i big a Sanremo 2021) aprono le danze. Entrambe le canzoni sono molto orecchiabili, ci fanno intendere che Fulminacci ha la capacità di lasciare il segno in un minuto e mezzo, giusto il tempo di una strofa e un ritornello fatto per bene. In particolare, Meglio di così strizza un po' l'occhio a Resistenza (una tra le canzoni del primo album che riscossero più successo): tenere il tempo canticchiando la melodia in sottofondo dà l'idea di una canzone autentica, originale, veritiera, quasi come se Filippo stesse lì con te, con la sua Taylor e suonasse per la prima volta il brano in anteprima.

Santa Marinella, invece, è il tipico caso di canzone più riuscita su disco che dal vivo: l'opprimente emergenza sanitaria non ha ancora potuto farci ascoltare gli altri nove brani in un contesto live, però, grazie alla sua presenza sul palco di Sanremo, l'abbiamo apprezzata il giusto. Né più, né meno, nonostante sia una canzone più matura rispetto alle sue precedenti, ma che non impressiona per innovazione.

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Una delle parti che preferisco di Roma (la mia città) è il Lungotevere. Puoi percorrerlo camminando con le cuffie nelle tue orecchie, in bicicletta, mentre corri per tenerti allenato, in compagnia. Fulminacci, assieme ai suoi amici, ha deciso un giorno di fare una passeggiata proprio sul Lungotevere e, mentre era seduto su un muretto, ha raccontato che, ad un certo punto, si è avvicinato a lui un ragazzo africano e ha cominciato a cantare:

Africano bianco e bello abbronzato
Miss Mondo Africa, playboy Africa
Africano bianco e bello abbronzato
Miss Mondo Africa, playboy Africa

Il playboy Africa è proprio Filippo e gli altri tre sono gli appellativi riservati ai suoi amici. Fulminacci ha deciso di mutare la metrica ma non il testo di quella canzone, tant'è che il ritornello di Miss Mondo Africa è proprio quello cantato dal ragazzo africano sul Lungotevere. Miss Mondo Africa è il brano più sgargiante dell'intero lavoro. Ritmi innovativi, divertenti, uno stile scanzonato ma, al contempo, provocatorio che fanno anche de La grande bugia la sua vera forza. Piccola nota di demerito per quest'ultima, che ho trovato, alla lunga, leggermente stucchevole e ripetitiva, forse ancora troppo sperimentale per gli standard del secondo Fulminacci. Sia chiaro, è una ventata d'aria fresca tra le dieci tracce proposte, ma forse si amalgama poco. Una canzone di rottura che però non possiede quella forza dirompente che ci aspettavamo.

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Non solo La grande bugia, ma quando parliamo di canzoni inaspettate e particolari, non possiamo non citare Un fatto tuo personale, uno dei brani che ho più apprezzato dell'intero lavoro. La produzione risente delle eco di Frenetik & Orang3 ma senza per questo snaturarsi. Ne esce un testo immediato, diretto, preciso, che sa dove vuole andare a parare. Se già con Borghese In Borghese, Fulminacci aveva alzato di molto l'asticella delle sue potenzialità canore, in Un fatto tuo personale questa vena ne esce quadruplicata.

Problemi di lingua che dite "K-Way"
Chiave si dice "key", k si dice "kay"

Questo è ufficialmente il verso più riuscito della canzone (forse dell'intero album?). Il brano parla di quanto sia facile cadere nelle trappole dei pregiudizi, a quanto sia difficile ma necessario mettere in discussione certe convinzioni ricevute in eredità dalla storia. Scrivere di argomenti seri portando come esempi pezzi di vita della cultura pop anni '90 per abbracciare il pubblico vasto (ma non troppo) al quale si esprime.

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Poi però il Lato A del vinile termina così e nemmeno il tempo di girarlo che il ritornello di Tattica entra prepotentemente nella mia mente. È il paradigma perfetto di canzone divertente e intelligente. Un po' lundiniana, declama a gran voce la problematica dell'approccio con un nostro simile. Il grande dubbio che si pone Filippo in questo brano è in quale modo potersi esprimere con l'alterità. In modo meno filosofeggiante e più diretto, è il costante pensiero del: "Cazzo, è tardi, non arriverò mai in tempo. Mi vuoi ancora con te?".

Per arrivare ad una risposta a questa domanda, bisogna immergersi nelle ultime tre canzoni dell'album: Forte la banda, Giovane da un po' e Le biciclette. Partendo con ordine: Forte la banda possiede il testo più importante dell'intero lavoro: una critica pacata al mondo dello spettacolo, soprattutto in un clima come quello attuale e in un paese, come l'Italia, dove:

se c'hai dei sogni, li spezza a metà

L'idea che solo se si va fuori, si esce dalla propria nazione, ci si può effettivamente realizzare (almeno stando a quello che dice lo "zio che è olandese"). Il ritornello non ha mezze misure: la musica pop ormai la si può fare soltanto se si hanno idee, non bastano i toni leggeri e valori. La forza evocatrice di questo testo, unita ad un eccelso lavoro d'arrangiamento della band, rendono questo brano ben costruito, omogeneo, pieno. Dal vivo potrà sicuramente dare quel qualcosa in più, come anche Giovane da un po' e le sue sonorità indie-rock.
Discorso a parte per Le biciclette, che come era accaduto per Una Sera in La Vita Veramente, chiude il cerchio in modo lo-fi, lasciando insoluta quella domanda che ci eravamo posti in Tattica. E forse è meglio così, ma se volete comunque scervellarvi e provare a dare comunque una risposta all'annoso quesito: "È tardi, non arriverò mai in tempo. Mi vuoi ancora con te?", ci sono due potenziali strade da percorrere.

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Per evitare di arrivare tardi ad un appuntamento, come detto, avete due opportunità: o correte come se non ci fosse un domani o, banalmente, adottate un Canguro che vi permetta di saltare e avvicinarvi alla meta il più velocemente possibile.

A parte gli scherzi, ho volutamente lasciato alla fine Canguro, il brano più enigmatico, ma che rappresenta il vero fulcro su cui gira tutto l'album, la canzone che dà equilibrio alle altre in modo fresco e naturale. Canguro, nella sua stranezza musicale, è una canzone che potremmo puntualmente definire un' ironica oscurità. Ha molte facce, proprio come la copertina magistralmente realizzata da Mine Studio. Essa si basa su un software di intelligenza artificiale che utilizza metodi di machine learning per generare un'immagine che a primo impatto risulti essere reale e riconoscibile, ma se guardata più attentamente diviene disorientante e aliena. Canguro condensa questi elementi in modo perfetto: è una canzone che parla di quei pensieri abbastanza casuali, che ogni tanto ci passano per la testa e che se ci soffermiamo ad analizzarli pensiamo: "Ok, no, sono pazzo".

Dentro c'ho tutto scuro
Crolla la convinzione

Mostra, evidentemente, il timore dei pensieri intrusivi, del lato oscuro di tutti noi, di quando ci sentiamo dei mostri pur non avendo mai fatto paura a nessuno. Fulminacci, in questo brano, si mostra la persona che è veramente, senza filtri: un ragazzo di tutti i giorni, che puoi incontrare in giro per le vie trafficate di Roma, riconoscerlo, farci due chiacchiere e salutarlo come se lo conoscessi da anni. La sua forza, musicale e umana, risiede tutta lì, perché è facile arrivare alle orecchie della gente, ma è un lavoro molto più complesso giungere alla mente degli ascoltatori e Filippo, con Tante care cose, ci è riuscito benissimo.