LOWER Benjamin Booker
8.0

Ogni album di Benjamin Booker è nato da qualche evento più o meno tragico. Il suo primo disco eponimo prendeva spunto da un’infanzia difficile, caratterizzata da episodi di razzismo e solitudine, e si evolveva nella scena DIY di Tampa. Nel 2017 usciva Witness nel quale lui stesso era testimone di una sparatoria a New Orleans in cui aveva rischiato la vita. LOWER arriva a otto anni di distanza, un lungo periodo di assenza durante il quale Benjamin Booker ha fatto perdere le sue tracce e si è trasferito con la famiglia a Perth, in Australia. Lo ritroviamo con un album oscuro, dai contorni sfumati come la sua copertina, e fortemente contaminato dai suoni hip hop e trap del suo produttore Kenny Segal che lo accompagnerà come opening act in tour. I due hanno per lo più lavorato a distanza, vedendosi in studio per soli quattro giorni.

Benjamin Booker Lower recensione
Benjamin Booker | (c) Trenity Thomas

Non è stato facile per Booker trovare qualcuno con cui ricominciare un nuovo percorso musicale e artistico. Il suo desiderio principale era riacquistare il pieno controllo delle sue canzoni e, per questo, ha dato vita alla sua etichetta personale Fire Next Time Records. Il punto d’incontro con Segal è arrivato con una traccia, quella che poi sarebbe diventata il primo singolo: LWA IN THE TRAILER PARK. Il suono fuzzy delle chitarre elettriche si mescola a un beat trap accompagnando una melodia soul. In fin dei conti, l’anima di Benjamin è rimasta quella di qualche anno fa, ma ora in cerca di pace e questa ricerca implica scavare nel suono e nel buio. Speranza e rassegnazione si alternano in modo quasi schizofrenico nei pochi versi del brano: «I want the world / I wanna live a good life / No one will ever love me».

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Scavare e andare in profondità comportano sofferenza e suoni distorti, come nell’arpeggio acustico che accompagna, insieme al pianoforte, il crescendo di POMPEII STATUES. Ispirandosi alle pericolose e pazze vie cittadine descritte nei film di Paul Schrader, Benjamin passeggia tra gente sofferente e immobile, incapace di cambiare la propria condizione come fosse una statua.  Questo senso di soffocamento viene trasmesso fin dalla canzone d’apertura del disco, BLACK OPPS. Un brano dalle sonorità punk fortemente distorte, abbinate anche qui con un beat elettronico che sostituisce la batteria. Il tipo di lavoro compiuto insieme a Kenny Segal è stato allo stesso tempo di sottrazione e addizione. Da un lato, tutto ciò che un tempo sarebbe stato nitido e acustico, qui viene amalgamato attraverso il fuzz e gli effetti. Dall’altro la melodia acquista ancora più importanza, soprattutto quando emerge nitida.

L’esempio principale in questo senso è dato dalla canzone alla quale Booker è più affezionato. SLOW DANCE IN A GAY BAR è, come suggerisce il titolo, un racconto cadenzato ambientato in una città divenuta di colpo un luogo etereo. Ci troviamo nel territorio dell’R&B, la distorsione per quasi cinque minuti è scomparsa, lasciando spazio solo all’amore e alla danza. Tuttavia, anche nei momenti più “leggeri”, permane sempre una sensazione di inquietudine. Confermata ed enfatizzata dalla traccia centrale SPEAKING WITH THE DEAD, un breve brano dominato dal basso e da un cantato profondo. Una catabasi elettronica nella quale Benjamin, in preda agli incubi, interroga il mondo dei morti in cerca di una luce e di un sentiero per la pace nella vita dei vivi.

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Tutto ciò rende ancora più sorprendente la scelta di aprire la seconda metà di LOWER con un REBECCA LATIMER FELTON TAKES A BBC. La protagonista della storia a sfondo pornografico e sessuale della canzone porta un nome pesante e cruciale per la storia degli afroamericani. Booker, in un’intervista, ha ammesso di averlo scelto proprio per far sì che chiunque lo cercasse su Google scoprisse di più. Prima donna senatrice degli Stati Uniti nel 1922, oltre che membro più anziano della storia e con il mandato più breve, ovvero ventiquattro ore, Rebecca Latimer era una fervente sostenitrice della schiavitù e del suprematismo bianco. Inutile dire come, riascoltando il brano dopo la suddetta ricerca, tutto assuma tutto un altro sapore. Dalla chitarra acustica fino alla voce graffiante e quasi sussurrata di Benjamin.

LOWER è un disco speciale nel suo essere stratificato nei suoni, complesso e distorto, di certo non accomodante, e allo stesso tempo incredibilmente pop e facile da ascoltare. È l’anima soul alla quale si accennava sopra, enfatizzata dalla già nota abilità dell’artista statunitense nello scovare melodie senza tempo nel buio. NEW WORLD cos’è se non un brano pop? Un ritmo calamitante contrastato da un sound leggero e un ritornello che si libra in aria e traduce nel miglior modo possibile la visione del nuovo mondo.

Benjamin Booker Lower recensione
Benjamin Booker | (c) Trenity Thomas

Il momento, anzi, il momentum del disco è però quello di SAME KIND OF LONELY. In questi quasi sei minuti c’è tutto LOWER: il suono continuo delle chitarre elettriche, una linea melodica efficace ed emozionante e tutto lo struggimento artistico e personale vissuto da Benjamin Booker. Dream, Love e Smile sono le tre parole che aprono le altrettante strofe e che riassumono il senso di un brano drammatico che raggiunge il suo apice nel finale. «I’m looking for the real thing though» ripete Benjamin mentre nelle cuffie irrompe la registrazione di una sparatoria in una scuola. Alle urla di terrore, seguono dopo una manciata di secondi le risa di una bambina (la figlia di Booker). Il senso di impotenza e sorpresa rimane con te fino alla fine della traccia e non sai come reagire.

Il lato luminoso e quello più buio della vita, insieme, l’uno di fianco all’altro, uniti da un refrain immediato e facile da memorizzare. È l’ultimo passo nei meandri più oscuri. Ora si può solo risalire. Ecco allora la spensierata e colorata SHOW AND TELL, un unicum nel disco. Le chitarre dipingono uno scenario quasi estivo e i fuzz che insorgono nel ritornello hanno un aspetto quasi trionfale.

And I’m waiting for the future
For the hidden you and me
For the life in us
For the love in us
For the brightness to peak

E poi l’acustica HEAVY ON MY MIND che rimanda al Michael Kiwanuka di Love & Hate.

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LOWER si chiude con il brano più autobiografico, l’unico in cui sembra che la prima persona coincida con quella dell’autore. HOPE FOR THE NIGHT TIME è una carezza che trasuda speranza in ogni nota. Benjamin si lascia andare definitivamente a un canto che ha il sapore di rinascita e il retrogusto di alcol. La distorsione è scomparsa e l’elemento elettronico è un contrappunto alla linea di basso. Il clima quasi da gospel natalizio, ma senza seconde voci né cori, diventa ancora più luminescente nel finale strumentale in cui la tastiera accompagna l’ascoltatore alla fine del viaggio, di nuovo in superficie.

Benjamin Booker si è fatto attendere ed è tornato con un disco spiazzante. La produzione da remoto, e per questo ancora più speciale, di Kenny Segal spinge l’ascoltatore negli inferi, lasciandogli come unico appiglio una linea melodica sempre definita, ma infastidita da una distorsione costante. Tutto questo sembra fatto apposta per stimolare quella stessa speranza che ha convinto l’artista statunitense a iniziare un nuovo viaggio personale e artistico e che esplode nei momenti più inaspettati. Ciò che rimane alla fine è un’anima soul che, sporcata dal fuzz delle chitarre elettriche e dai beat trap, emerge ancora più luminosa.

Benjamin Booker Lower recensione
Benjamin Booker | (c) Trenity Thomas