Che non sarebbe stato un concerto qualunque lo si è capito fin dall’inizio, quando i cinque musicisti che accompagnano Geordie Greep nella sua avventura da solista sono saliti sul palco e hanno iniziato a suonare senza di lui. Una jam con basso, chitarra, batteria, ma soprattutto un violoncello e una tastiera: le armi in più. L’improvvisazione – o qualcosa di molto vicino – è andata avanti per poco meno di dieci minuti. Tutto finché non è emerso dal backstage l’ex frontman dei black midi che subito ha imbracciato l’elettrica per il primo dei tanti soli della serata. Ed è proprio un brano scritto quando ancora esisteva la band inglese ad aprire il concerto. Walk Up ha anticipato tutto ciò che è seguito.
Nonostante Geordie abbia suonato solo i pezzi del suo primo album solista The New Sound, senza lasciare alcuno spazio, neppure un piccolissimo accenno, alla discografia dei midi, il concerto al Circolo Magnolia di Milano è durato oltre due ore. Due ore in cui i non ci sono stati mai attimi di pausa. Un continuum di suoni e improvvisazioni sia strumentali che vocali. Tutto questo ha reso ancora più potenti i pochi slanci melodici e i momenti che più somigliano a dei ritornelli. Durante Terra e Holy, Holy il pubblico è letteralmente impazzito. L’atmosfera si è trasformata da quella di un concerto avant-jazz a un live punk fatto di pogo, sudore e crowd surfing continui.

Come il disco, anche l’esperienza dal vivo non è accomodante. Ci si barcamena in continuazione tra cambi di ritmo ed evoluzioni. Geordie Greep è bravo a cambiare pelle. È un crooner post-punk il cui spoken segue una direzione tutta sua. Poi si trasforma in un cantante blues, come nella sezione orchestrale di As If Waltz. Infine si diverte a inserire La donna è mobile di Giuseppe Verdi nella titletrack strumentale. L’aspetto che colpisce di più del concerto, al di là del sold out, è la varietà e l’età dei presenti. Purtroppo, è brutto dirlo, ma molto spesso agli show di questi nuovi artisti della new wave britannica la maggior parte del pubblico è composta da persone molto adulte, cresciute con quegli stessi suoni alla fine degli anni Settanta. Il trend però sta cambiando.
Ieri sera i giovani, anche ragazzi e ragazze che non superavano di certo i venticinque anni, erano la componente in numero maggiore. Inutile girarci intorno, fa strano. Se band come shame, Fontaines D.C. ed IDLES sono riuscite a ricreare un movimento giovanile di appassionati, non era per nulla scontato che un artista così spigolo come Geordie Greep riuscisse a fare breccia nelle nuove generazioni. Stupisce ancora di più che ci sia riuscito senza i black midi. Con un disco in cui tutto il non convenzionale che caratterizzava brani come Bmbmbm, Chondromalacia Patella o The Race Is About to Begin è stato portato all’estremo.
In tal senso il momento più intenso è stato quello della conclusiva The Magician. Se già il pezzo registrato in studio dura dodici minuti e venti, dal vivo tutto è ancora più enorme. Dopo la prima parte cantata, nella sezione strumentale Greep ha inserito di tutto, compreso un omaggio all’Habanera di Georges Bizet. Venti minuti senza sosta, in cui ogni volta che sembrava di essere giunti al finale, la band ripartiva di nuovo e allora via daccapo. L’ultima mezzora di concerto ha fatto ballare tutti, ognuno a modo suo: chi in coppia con il vicino o la vicina, chi da solo, muovendo la testa e i piedi a ritmo. Un caos organizzatissimo in cui ognuno ha trovato il suo posto e chiunque in fondo desiderava sapere come e quando Geordie si sarebbe fermato.
Fotogallery a cura di Emanuele Tixi Palmieri: