Attorno a loro si è creata una certa attenzione dopo l'uscita dell'album d'esordio nel 2024, What You’ve Got To Lose To Win It All, in cui la band in questione aveva saputo catalizzare con una certa efficacia la loro rincorsa al successo e contemporaneamente a tutto quello che li rappresenta senza filtri. Indie rock stilisticamente pari a 10-15 anni fa ma certamente ben eseguito, un tocco desert rock e un occhiolino al blues. Questo, e tanto altro, sono gli Howlers, band nata a Londra ma i cui membri vi si sono ritrovati un po’ per coincidenza.
C’è molto altro perché il trio inglese è stato bravo a cavalcare l’onda di attenzioni ricevuta dalla critica e dal pubblico e ha saputo cogliere l’occasione di riferire come i colpi in canna non manchino. Il recente singolo Night Crawling è infatti un faro puntato su un altro pezzo di identità della band, che ha voglia di suonare, vedere il pubblico sotto il palco godersi le performance e prendersi la sua fetta di affetto.
Per farci raccontare un po’ il loro trascorso e la direzione che intendono prendere abbiamo intervistato Adam Young, compositore, cantante e leader degli Howlers, in vista anche delle date di Milano e Bologna (rispettivamente il 6 e 7 marzo).

Ho letto che il vostro album di debutto è stato una sorta di presentazione al mondo di chi foste. Come un bigliettino da visita. E quindi vorrei chiederti, ora che ti ho qui in prima persona, chi siete?
In maniera cinica ti dico che io sono il cantautore e il frontman della band (ride, ndr). Gli Howlers rappresentano tutto ciò che le persone sono e sono state nella band, le nostre connessioni e la nostra volontà di far percepire uno spirito di unione che possa coinvolgere anche i nostri fan nel progetto e nel mondo che scriviamo e cantiamo. Non ho mai avuto l’aspirazione come musicista di essere “the biggest thing ever”, il “migliore di sempre”. Il mio obiettivo è quello di generare una piccola differenza, ma significativa, per il mondo e per le persone che vogliono ascoltarci. Questo è quello che siamo: ragazzi che vengono dalla classe operaia, da famiglie che hanno dovuto davvero lavorare duro. Mi descriverei come una persona finanziariamente povera che ha il sogno e l’obiettivo di fare musica per le persone sperando che possano apprezzarla e, fortunatamente, reagire come hanno reagito al nostro primo disco. L’obiettivo era dire: "ehi, noi siamo questi e questo è quello che facciamo. Siamo qui per rimanerci".
Mi sembra quindi di capire che l’obiettivo sia anche quello di creare una sorta di community, una base di fan con un legame molto forte nei confronti del vostro prodotto musicale.
Quello che mi è sempre stato molto a cuore è far capire che non importa chi tu sia o da dove tu venga, se capisci la nostra musica, le nostre storie e ti appassiona il modo in cui vogliamo comunicare. La porta è aperta per chiunque voglia far parte di questo viaggio. Siamo dell'East London, una delle zone più diverse culturalmente e che in un certo senso descrive abbastanza bene che posto fantastico sia Londra. Di conseguenza anche i pubblici dei nostri concerti sono molto diversi e ho un’immagine fantastica in testa che ti descriverò per farti capire la mia idea di musica e di accoglienza verso chiunque. Ricordo perfettamente un nostro live in cui un gruppo di tifosi di calcio, e immagino tu abbia idea di come possano essere dei tifosi qui nel Regno Unito (ride, ndr), scatenarsi mano nella mano con un gruppo di ragazze che indossavano l’hijab. È stato molto bello vedere una scena simile, non mi vengono in mente molte band che possono dire lo stesso.
Oltre a questo aspetto c’è anche il fatto che tutti voi proveniate da posti diversi, giusto?
Sì, facciamo base a Londra che ci rappresenta per il nostro trascorso e per le nostre idee e che ora è la nostra casa, ma praticamente tutti noi e i membri passati veniamo da fuori. Tom (il batterista della band, ndr) è austriaco, ad esempio. Io sono nato e cresciuto a Portsmouth, non esattamente il posto più glamour in Inghilterra. Guus (il bassista, ndr) è olandese di origine. Altri membri erano originari di altri posti qui nel Regno Unito. Questa possibilità di legarsi in un calderone come Londra è una cosa fantastica.
Andando oltre il lato umano che mettete nella vostra musica sarei curioso di sapere direttamente da te le tue e le vostre influenze. Uno dei lati positivi del vostro debutto è stato proprio questa possibilità di giocare a riconoscere un po’ chi potrebbe avervi ispirato.
Dunque, sicuramente come band abbiamo delle influenze molto variegate, per il semplice motivo che fino ad oggi c’è stato un ricambio all’interno della formazione e ognuno ha portato qualcosa al collettivo. Per quanto mi riguarda, come cantautore, penso di trarre ispirazione da un orizzonte musicale davvero molto vasto. Mi piace prendere spunto dal soul e dal northern soul, così come dalle colonne sonore dei film, passando dalla band stereotipo per la musica UK come i Kasabian. Devo citare anche tutte le band americane e canadesi che nei decenni hanno fatto del buon rock, ma non saprei puntare il dito su una singola influenza. Mi capita di pescare anche dall’hip-hop e dal pop, le ritmiche e le parti di batteria dell’hip-hop sono devastanti, si va sul sicuro. Se devo fare un nome, cito i Blue Stones, una band canadese con cui siamo stati in tour e che mi ha insegnato tanto a livello di ‘fare musica’. In generale, penso che sia necessario essere sempre all’erta e captare quanto di buono si possa prendere in qualsiasi cosa.

Hai citato i film e le colonne sonore e quindi ti chiedo che genere di film.
Ehi, I’m a movie guy a tutti gli effetti (ride, ndr)! Sono sempre stato ossessionato dal cinema. Quando ero un ragazzino ricordo che spendevo i soldi delle mie prime paghette per andare da HMV, dove facevano un’offerta a 10 sterline per 3 DVD: fu così che mi avvicinai ai film e di conseguenza alle colonne sonore. Una delle colonne sonore che mi è rimasta impressa è quella di Drive, film con Ryan Gosling: cavolo, davvero incredibile. E ovviamente sono tuttora un grande appassionato di spaghetti western, li guardo ogni volta che ho un ritaglio di tempo. Diciamo che amo, e amiamo come band, l’idea che un film e la sua colonna sonora ti portino in una dimensione totalmente estemporanea, come se si potesse scomparire: questo è il nostro stesso obiettivo. Creare una community di persone che possano perdersi ascoltando la nostra musica.
Quindi What You’ve Got To Lose To Win It All che film sarebbe se fosse un film?
La risposta più ovvia sarebbe un western, senza dubbio. Sai abbiamo ragionato molto sulla struttura del disco, in modo che apertura e chiusura dessero proprio l’impressione di trovarsi in un flusso, quasi una sceneggiatura con una storia e i suoi titoli di apertura e chiusura. Non penso però sarebbe lo stereotipo del western, quanto piuttosto qualcosa di moderno, magari ambientato a Londra, con un protagonista buono e l’antagonista…
Come un film della trilogia di Guy Ritchie. Lock & Stock, ad esempio.
È esattamente quello che intendo! Nella mia testa c’era Londra a cui ho aggiunto un po’ di azione in perfetto stile americano e una direzione di stampo western. Quando abbiamo registrato le parti con le trombe e gli ottoni il riferimento chiave è stato senza dubbio Sergio Leone e tutti quello che di buono si è fatto in Italia negli anni ‘60 e ‘70. Hai fatto centro: mi immagino proprio le vicissitudini di un paio di loschi londinesi.
Colgo ancora la palla al balzo per una cosa che hai appena affermato per introdurre il vostro nuovo singolo, Night Crawling. Ho notato questi contrasti blu-viola, luci neon, giubbotti di pelle: impossibile con collegare tutto questo a Drive e alle atmosfere synthwave.
Assolutamente. Dopo l’uscita di un disco così cinematografico e così “autodefinito”, parlando con il nostro produttore ho capito che la mossa di fare un grosso cambiamento stilistico avrebbe potuto portare dei benefici. E così, lavorando a diverse cose per il nostro prossimo album con la missione di introdurre qualcosa di moderno, mi sono reso conto che Drive, insieme ai neon e alle ambientazioni notturne, in un qualche modo usciva sempre. Night Crawilng è il singolo che definisce quello che sta per venire per gli Howlers, definisce l’ambientazione e anche il nostro percorso. È un grande salto per noi e per questo posso sicuramente dire che Night Crawling è la miglior canzone che abbia scritto che sia stata pubblicata proprio per questa trasformazione e sfida in cui ci siamo lanciati. Ci sono già altri 2-3 brani in demo e su cui stiamo lavorando alle registrazioni, ma su questo mi fermo qui (ride, ndr).
Quindi possiamo anche aspettarci l’introduzione di sintetizzatori o di elementi di elettronica?
In realtà usiamo già tantissimi elementi digitali legati ai vari strumenti, come ad esempio i pad SPD alla batteria. Stiamo lavorando per integrare novità anche da questo punto di vista, ma ormai è una cosa abbastanza comune anche pensando a band più grosse come ad esempio i Royal Blood. Loro suonano in due, ma attorno hanno una struttura che funziona in autonomia su cui possono divertirsi. La verità è anche funzionale: costa tutto troppo (ride, ndr), ma assolutamente stiamo lavorando per introdurre synth e subs, non mi dispiace affatto l’idea di muovermi sul palco per suonare diversi strumenti. Siamo al lavoro, anche con qualche artista di rilievo, per produrre nuove cose. Vedrete, non voglio dire troppo.

In produzione è cambiato qualcosa o continuerete a lavorare con lo stesso team per bissare il successo?
Ci saranno ancora Chris Ostler e Tommy Taylor (chitarrista/compositore e bassista, rispettivamente) dei Black Honey a produrre quello che stiamo facendo, e a loro si aggiungerà il loro batterista Alex Woodward, che tra l’altro ha suonato già in Night Crawling. L’approccio al primo disco è stato piuttosto moderno, nonostante poi alcune registrazioni in studio: sostanzialmente io avevo tutto settato nel mio soggiorno, registravo demo e inviavo a loro quello che avevo prodotto su cui poi discutevamo su Zoom. Non puoi immaginare la soddisfazione di poter rispondere alle loro emozioni meravigliate con un “ehi, l’ho fatto sul divano!” (risata generale, ndr). Adesso cerchiamo il modo per continuare a stupire tutti. A parte gli scherzi, sono a favore della continuità, soprattutto quando c’è comprensione e condivisione di intenti e quindi anche il prossimo disco vedrà loro nel team di produzione.
I tuoi ascolti sono cambiati per poter riportare nella vostra nuova musica le novità di cui parli? Mi è sembrato di sentirci un po’ di AM degli Arctic Monkeys.
Sicuramente qualche influenza diversa c’è, come possono essere i Prodigy, che ho ascoltato molto ultimamente, e qualcosa di più elettronico. È sicuramente diverso il mio punto di vista su dischi e artisti. Per fare l’esempio che hai citato tu, in realtà più che la musica in sé, che è senz’altro ispirazione, ad influenzarmi è stato il fatto che quel disco sia stato in grado di modificare la percezione della gente riguardo la band. Un cambio di passo, qualcosa di inaspettato e di diverso dal passato che non poteva passare inosservato. Penso sia la prospettiva più intrigante: la gente ha sentito queste atmosfere western e desertiche, ma ora arrivano i synth graffianti e le chitarre distorte.
Nei giorni scorsi stavo tenendo d’occhio i vostri social e mi sono reso conto di questa polemica, più o meno velata, con i The K’s per delle grafiche piuttosto simili alle vostre. Pensi sia stato solo un caso? Vuoi commentare?
(Sorride, ndr) Non c’è molto da dire. C’è questa band, tra l’altro abbastanza grossa, che ha abbastanza ovviamente copiato un nostro video. Mi hanno fatto notare questa cosa mostrandomi il video e inizialmente non ho creduto davvero lo avessero fatto, ci abbiamo scherzato con il team e ho pubblicato un tweet per provocarli: loro non hanno mai risposto e forse è meglio così perché poi sarebbe degenerata (ride, ndr). In realtà è un buon esempio per un problema che esiste e che è davvero spiacevole: vedere delle band già con una certa fama pescare quanto di buono fatto da band meno famose. Era evidentemente un bel video, non solo ai nostri occhi, e ai videomaker è ovviamente dispiaciuto per la fatica e il duro lavoro fatti. Questo è quello che ho da dire.

Posso capire il dispiacere e il disappunto. Li conosci personalmente?
Li ho incontrati. Non ci conosciamo personalmente ma facciamo parte dello stesso ambiente, ci siamo incrociati diverse volte in tour, la prima volta penso in una stazione di servizio lungo le nostre rotte. Non li chiamerei amici, ma siamo ben consci gli uni degli altri e di quello che stiamo facendo. Dopo questo fatto ho ricevuto tantissimi messaggi di persone che avevano notato la stessa cosa e che esprimevano solidarietà nei nostri confronti. Ma ripeto: lo voglio vedere come un attestato di stima nei nostri confronti e in quelli del videomaker, che hanno creato qualcosa di buono. E il nostro video è migliore (ride, ndr).
Chiudiamo la parentesi e andiamo oltre. Vorrei chiudere con un argomento che hai toccato più volte e che ho sentito ripetere da più band che ho intervistato. Hai parlato della tua/vostra fanbase come di una community, un gruppo di persone di cui circondarsi e tenersi stretto. Pensi che in qualche modo questo sia una conseguenza di quello che abbiamo vissuto con la pandemia?
Un tema sicuramente delicato e un periodo cui guardo sempre con occhi diversi rispetto alla media. Stavo scrivendo il disco, avevo iniziato da poco, e purtroppo durante quei mesi terribili ho perso ben 7 persone, tra amici e familiari, e quindi capisci che per forza di cose questo ha avuto su di me delle influenze.
Mi dispiace, non era mia intenzione andare così nel profondo.
Oh non ti preoccupare assolutamente! Sai, è una cosa che ho dovuto affrontare, per cui è normale parlarne e soprattutto se non fosse stato per quel periodo probabilmente non avrei saputo tirare fuori il meglio di me per metterlo nel disco. Un periodo davvero brutto, ma che probabilmente è stato necessario per trasformarmi in chi sono oggi, rendendo le persone fiere di quello che ho prodotto. Tornando alla domanda, penso che quel periodo abbia cambiato l’industria musicale soprattutto come conseguenza della percezione che le persone hanno riguardo la vita e le altre persone. Siamo (quasi) tutti diventati un po’ più chiusi, con cerchie di persone sempre più strette e definite di cui circondarsi. L’industria, ripeto, ne ha risentito tantissimo: basti pensare che nel Regno Unito ormai l’80% dei biglietti viene venduto nelle due settimane antecedenti il concerto. Immagina come può essere organizzare un tour in questo modo... folle! Quel periodo ci ha imposto di cambiare, di ripartire da zero. Siamo entrati proprio in quel periodo come una band in rampa di lancio e abbiamo dovuto ricostruirci, con un nuovo EP e con tutti i cambiamenti che questo si porta dietro... Probabilmente sono la persona peggiore a cui far fare questa riflessione (ride, ndr)!
Mi piace vederla con ottimismo per cui ti dico che tempo fa ho letto un libro sulla rinascita dell’umanità dopo una pandemia ancora più devastante come fu l’influenza spagnola. Cerco disperatamente dei parallelismi per ottimismo e da qui nasceva la mia riflessione.
Spunto interessante, non ci avrei mai pensato (ride, ndr). Che le persone siano diverse penso ci siano pochi dubbi, c’è un’attenzione diversa verso gli altri e il diverso. Questo si riflette inevitabilmente sulla musica: ci si fa molto meno problemi e evitare tutto ciò che non piace. Ma non sono mai stato uno spaventato all’idea di fare qualcosa di diverso o di fare qualcosa che potrebbe non piacere: non sono quel tipo di musicista che farebbe di tutto pur di essere seguito e amato. Siamo più di 8 miliardi su questo pianeta e non sarà certo quella piccola parte di detrattori a fermarmi. Questo probabilmente è un aspetto positivo del post-covid: ci siamo sentiti tutti un po’ più parte del mondo, di un complessivo e quindi a ragionare in modo globale. Il mercato musicale del Regno Unito è saturo di proposte di ogni sorta, per cui per me l’Europa è stata da subito un obiettivo mentre scrivevo il disco. In questo senso la nostra PR, Marina e tutto il suo team, è stata fondamentale e ha sempre fatto un lavoro eccezionale. Ed eccoci qui all’inizio di un tour europeo!
E infatti chiuderei proprio invitandoti a lanciare un messaggio a chi ancora non vi conosce.
Amo il live. Direi che chiunque fosse interessato a venirci a vedere, può aspettarsi un concerto bello potente, in cui presenteremo anche quattro nuove canzoni, come assaggio del prossimo disco. L’approccio ai live sarà un po’ diverso, come potete immaginare se leggerete l’intervista fin qui: abbiamo lavorato molto per arrivare pronti a questo tour a cui teniamo tantissimo. Amo l’Italia e non vedo l’ora di suonarci: ho sempre adorato tutto del vostro paese e a 16 anni volli a tutti i costi una Vespa…
Come un vero mod.
Esatto, amico (ride, ndr)! Vespa, occhiali a specchio e ovviamente l’immancabile parka. Penso di esserlo ancora un pochino, in un’altra veste ma sempre con un’indole mod. Ho speso molto tempo in Italia negli anni e così anche Toby: amiamo la moda, il cibo e ovviamente le sconfinate possibilità culturali. E il meteo, in confronto a quello inglese. Non vediamo l’ora di suonare in Italia!
