08 giugno 2022

Post Nebbia, ossia attesa e soddisfazione: intervista a Carlo Corbellini

Spesso sentiamo dire che il terzo album sia il più difficile da realizzare. Questo perché, dopo l'uscita del primo e la conferma del secondo, il terzo ha delle aspettative molto alte, che spesso vengono deluse. Così è stata anche un po' l'attesa di Entropia Padrepio, la terza fatica dei Post Nebbia 2.0, nuova formazione, ma con una costante ben precisa, il suo ideatore: Carlo Corbellini. Lo abbiamo incontrato qualche giorno fa e ci abbiamo fatto quattro chiacchiere: abbiamo parlato di come è cambiata la sua mentalità nel fare musica e sul ruolo giocato dalla pandemia dei coprifuochi nel lavoro di produzione del nuovo disco.
Allacciate le cinture, il disco à la Paul Thomas Anderson è qui ed è l'eccezione alla regola: il terzo album può ancora sorprendere.

Com’è cambiata la tua mentalità di fare musica da Canale Paesaggi a Entropia Padrepio

Da quando è uscito Canale Paesaggi ho conosciuto molte persone nuove e ho ascoltato la loro musica con delle nuove orecchie. Mi sono accorto che era la mia musica che, fino a quel momento, aveva avuto un po’ un limite in termini di produzione. Il mio pensiero fisso era che tutti i pezzi erano, banalmente, dei loop e che quando arrivava il ritornello ci caricavo soltanto più strumentazione sopra. Quando ho capito questo, anche grazie ad un'ennesima full-immersion nella discografia dei Beatles, ho cercato effettivamente di mettermi a scrivere canzoni con un piglio più classico, con struttura, svolgimento e dinamica ben precisa. In alcuni casi sono riuscite cose più dritte, bilanciate, che funzionano (come Cuore Semplice), in altri casi sono usciti “polpettoni schizofrenici” che comunque mi piacciono (penso a Morte Rituale) perché, comunque, quando arriva il ritornello c’è quello switch che ricerco.

Parliamo del singolo: Cuore Semplice. Parte da una frase presente nella Bibbia: qual è il tuo rapporto con la religione?

È strambo. Sono nato da una famiglia agnostica e non ho ricevuto alcun sacramento e l’ho sempre vista molto dall’esterno come cosa. La mia città e la mia regione sono dei posti in cui la Chiesa è molto radicata, anche a livello urbanistico. Gira tutto quanto intorno a questo. Quello che magari in altre regioni d’Italia lo fa il welfare, qui, da noi, lo fa la Chiesa. Noi, Post Nebbia prima formazione, ad esempio, ci siamo conosciuti in parrocchia perché suonavamo in una scuola di musica della nostra chiesa. È una cosa che non puoi evitare e mi ha sempre affascinato tanto come tematica. Per fare questo disco ho scelto un po’ di sospendere il mio giudizio, di fare uno sforzo di empatia e di rendermi conto che la spiritualità non è una cosa che si confina là dentro ma che prende cose universali le razionalizza e le mette in un sistema (le mette, magari, in un edificio, te le delimita). È una cosa che ho iniziato a vedere anche nei gesti delle persone che mi circondano, ho iniziato a sentire che non mi sento immune nemmeno io a questa esigenza, anche se magari ho altri modi di soddisfarla.

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È mutata la tua formazione dal vivo: come mai questo cambiamento? 

È cambiata per esigenza. A livello musicale e proprio come persona, il modo in cui utilizzi determinate energie e motivazioni per cui faccio musica le ho messe tutte in discussione. In un anno e mezzo che passi da solo in casa hai molto tempo per pensare, forse troppo. Ho avuto tempo per fare un punto della situazione e ho provato un minimo a smuovermi in un certo modo, avendo anche sentito l’acqua alla gola. Credo che questo si sia riflesso nell’atteggiamento alla scrittura e all’arrangiamento di questo disco. 

 

Parlavo con Vieri Cervelli Montel del fatto che a lui piace molto ruotare i suoi componenti del gruppo per rendere i concerti un'esperienza sempre unica e irripetibile: Post Nebbia è un po’ così?

Assolutamente no. Io sono un pazzo ossessivo in cui tutto deve essere matematicamente uguale! Seriamente, ti dico che dipende da cosa fai. Lui e Iosonouncane hanno molti artifici di riadattamento musicale, possono essere ripresentate in tanti modi. Post Nebbia fa un genere differente, dove se togli determinati strumenti ho sempre un po’ paura che ti crolli tutta l’impalcatura. Da qui il mio timore di fare robe chitarra e voce, nelle quali non mi ci ritrovo a pieno. Mi piace avere determinati sound, con tutta la formazione sempre al completo.

In quanto è stato composto l’album? Ha influito il periodo pandemico di cui parlavi prima?

È stato frutto di un annetto di lavoro. L’ho iniziato a scrivere a dicembre 2020, l’ho finito a settembre 2021, prodotto a ottobre, mixato a novembre, post-prodotto a dicembre e terminato a gennaio. C’è sì di mezzo la pandemia, ma quella dei coprifuochi e delle zone, non quella del lockdown.
Per quanto mi riguarda quella dei coprifuochi è stata anche peggio, l’ho vissuta molto male. Ti fai gli anni dell’università, a distanza, a Padova. Poi esci la sera e resti seduto sugli scalini con i tuoi amici e poi alle 22 devi per forza rincasare. Non c’era molto altro da fare...

Torniamo al disco: Viale Santissima Trinità è un brano molto particolare: com’è nato, che significato gli dai?

Questo pezzo ha un peso importante per me. È diviso in due, ma sono due parti che si completano a vicenda. La prima parte narra delle zone vicino casa mia, piene di cose strane, tra cui il pullman di calabresi... che è una cosa accaduta davvero. Davanti ad una pizzeria avevano messo questo stendardo gigante di Gesù con la bandiera tricolore dietro, che non c’entrava un cazzo. Una roba mega-integralista, che hanno fatto per tre anni. Insomma, la prima parte parla di guardare queste robe qui da fuori e cercare di capire le persone cosa fanno e cercano e soprattutto cosa gli restituisce, per poi estendere ciò attorno ad un’altra serie di comportamenti. Questo è sicuramente il pezzo più geografico, che mi lega. Vedo proprio la zona di casa mia: la Chiesa, il tabaccaio, il centro massaggi… vedi tutto un sistema di “attesa e soddisfazione”. 

È piazzata in un punto particolare della tracklist?

Non in un momento preciso di significato. Cioè, lo è per una ragione a livello di sound: i primi tre-quattro pezzi sono comunque belli pesanti e arriva questo un po’ più pesato. Un “siediti, adesso ti devo parlare”.

C’è un film (o una serie tv) che secondo te potrebbe essere adatta ad ospitare la colonna sonora di Entropia Padrepio?

Per quanto mi riguarda, come atmosfere, questo disco lo sento molto bianco e nero. Mi verrebbe da dire Bergman, ma alla fine me lo immagino forse di più in una Los Angeles stile Magnolia di Paul Thomas Anderson. Nove soggetti, tutti che affrontano il male di vivere con metafore biblico-tragicomiche. Sulla falsariga ci siamo… ma non vorrei mai fare paragoni azzardati!

Ti è mai balenato per la testa di poter creare un prodotto multimediale (penso ad un cortometraggio) che parla degli eventi narrati sia prima in Canale Paesaggi che qui in Entropia Padrepio?

Ricordo che l’anno scorso mi ero molto applicato a fare il trailer del disco da mettere poi su Instagram. Devo dirti che su quel mondo lì ho abbastanza paura, perché vado sempre in crisi quando devo mettere sul visivo la roba che faccio. È sempre un punto del mio mestiere che vivo con una certa ansia. Di contro, però, sono sempre poi contento di quello che viene realizzato da quel punto di vista.