Non chiedetemi il motivo ma una delle pagine del sussidiario di scuola elementare che ricordo ancora con precisa memoria fotografica è il grafico della piramide alimentare posizionato nella generalissima sezione di scienze. Carboidrati, vitamine, fibre poi proteine e, sulla punta, grassi e zuccheri. A corredo di questo triangolo, svariati cibi d'esempio e accanto la frequenza consigliata di volte a settimana in cui mangiarli. Noi esseri umani abbiamo imparato, con il tempo, a regolarci sulle quantità da ingurgitare di modo che il nostro benessere fisico (che fosse anche psicologico lo abbiamo capito tempo dopo) si basi sul dosaggio equilibrato degli elementi di questa piramide. Di partenza, siamo onnivori e abbiamo la possibilità di selezionare ciò che più preferiamo. Non ci sono regole stringenti, di certo se grassi e zuccheri diventano una base alimentare per lungo tempo l'aspettativa di vita potrebbe abbassarsi. Non vertiginosamente quanto un bambino delle elementari possa immaginare, ma di un po'. L'articolazione entro concezioni piramidali plasma il nostro quotidiano fin da quando siamo piccoli. Se vogliamo anche il personale sentire politico è regolato dalla figura geometrica preferita dagli antichi Egizi. Si tratta di piramidi. Seppur più complesse, stringendo al sodo sempre di triangoli 3D si tratta.
Quando ho ascoltato per la prima volta Pista Nera dei Post Nebbia è stato questo concetto di tridimensionalità quello che più mi ha colpito e si addiceva meglio al nuovo lavoro di Carlo Corbellini e compagnia suonante. Un album diverso dai suoi tre predecessori che però non ha rinnegato le loro origini. Frutto di un sistematico lavoro che li ha portati ad immergersi nelle montagne del nord Italia (un altro luogo dove il concetto di piramide in qualche modo è centrale), i Post Nebbia ragionano in modo consapevole sulla fine dei "bei tempi andati". Che poi quali fossero è ancora tutto da capire ma le loro domande hanno la radice comune dell'abbandonare il concetto del "si stava meglio prima" per abbracciare una ben più cruda ma realistica verità: che quegli anni Ottanta così desiderati oggi sono passati da un pezzo e sia necessario un ricambio d'aria. Anche per cercare di mettersi in discussione come animali politici. Questo è il sottotesto di un altra Piramide, la quarta traccia del nuovo disco, che è la summa del lavoro, puntare il dito contro il marciume che ci circonda. Perché alle ingiustizie sociali non si risponde più scendendo in piazza? La piramide si è assottigliata a tal punto da renderci inermi? O meglio, ci hanno sostituito in cima alla piramide alimentare e ora possiamo essere una specie in pericolo? O ancora, forse che ci stiamo auto-mettendo in una posizione scomoda per continuare a vivere insieme? Altre domande a queste domande nella chiacchierata con Carlo Corbellini, la mente (nonché voce e chitarra) dietro il progetto Post Nebbia.
Prima di addentrarci nell’album, avevo una curiosità: siccome non ci sentiamo da due anni, tra Entropia Padrepio e Pista Nera hai fatto molte collaborazioni. Volevo chiederti in particolare come fosse nata quella con Dente. Te lo chiedo perché tempo fa mi parlavi un po’ della tua "paura del chitarra e voce" e in questo caso ti sei messo più a nudo. Cosa ne pensi?
In realtà il testo è suo, però è stato talmente figo che alla fine non abbiamo cambiato nulla. Insomma, sperimentare qualcosa di un bel po’ diverso a livello di cantato mi ha permesso di mettermi in gioco e divertirmi. È stata una bellissima occasione.
Non ti era mai capitato di incrociarlo?
L'avevo già conosciuto in giro a Milano, perché è abbastanza una presenza fissa nei concerti. È difficile non beccarlo. Poi ci siamo sentiti ed è scattata la scintilla.
Ho letto che la foto utilizzata per Pista Nera l’hai trovata quasi per caso: puoi raccontarmi precisamente in che momento e cosa significa per te?
La foto è venuta fuori ad un Natale dell'anno scorso. Nostro zio ci ha regalato un hard disk in cui aveva convertito tutte le diapositive di foto analogiche che aveva scattato mio bisnonno. Sono molto vecchie, tra gli anni Venti e Trenta. Quella foto che abbiamo scelto per la copertina, in particolare, era pazzesca perché aveva un sacco di livelli diversi. Giusto per sperimentare l'ho colorizzata ed è venuta questa roba che sembra quasi un quadro. Non so, l'immagine secondo me è abbastanza vertiginosa.

Se Canale Paesaggi ma anche Entropia Padrepio avevano insiti dei veri e propri concept, cosa è cambiato ora nell’approccio di fare un disco (oltre ad aver ruotato con i componenti)? Quale tipo di maturità in più è scattata in fase compositiva?
Non saprei dirti se i nostri dischi siano mai stati effettivamente dei concept album. Diciamo che il mio approccio è abbastanza tematico, cioè di solito scrivo un pezzo dopo aver brancolato nel buio per un po'. Quando compongo un brano che mi piace, che parla di una roba che mi interessa in una maniera efficace, tendenzialmente tengo a seguire la scia. E questa cosa è successa anche con questo disco. La differenza, diciamo, è che in questo caso forse il tema della montagna sia più un tema visuale che un concept vero e proprio. Non voglio dire che non compaia anche nei testi però non ha un collegamento così diretto.
Fammi capire meglio: siete andati in montagna a registrare dei pezzi?
Siamo andati in montagna a fare un po' di prove. Avevamo tre o quattro pezzi ed è stato lì che ho collegato un po' di puntini. È uno di quei posti che a causa del riscaldamento globale tende ad avere sempre meno neve ogni anno che passa, quindi secondo me è un bel laboratorio sperimentale per capire un po' la montagna, come si evolve. Quali economie si ricreano.
I vostri Real World Studios.
Certo, ma in montagna! (ride, ndr.)

In questo album ho notato una latente visione apocalittica, se vogliamo anche più negativa rispetto al finale di Oltre la soglia del precedente disco. C’è più nichilismo verso questi nuovi tempi incerti? L’esistenza è diventata una pista nera difficilissima da scendere senza farsi male?
Più che nichilismo direi che c'è sicuramente la volontà di puntare lo sguardo sul marciume, di cercare di avere una presa di coscienza riguardo al fatto che siamo in un punto di stallo nella storia, almeno per quanto riguarda l'Occidente. Siamo tutti quanti nati con l'idea di studiare, trovare un lavoro, arricchirsi, più o meno materialmente. Pian piano questa cosa sta scemando sempre di più e quindi ci diciamo che viene anche un po' meno tutta la voglia di fare: non solo studiare ma anche proprio di sbatterti. Penso a Fantozzi: un film su uno che fa una vita tendenzialmente di merda, però ha una casa di proprietà e comunque una famiglia che riesce a sfamare facendo un lavoro. È evidente che i tempi sono molto cambiati da questo punto di vista, è sempre più difficile fare come Fantozzi. Perciò ti dico che non si parla di nichilismo, perché per come lo vedo io, il vuoto è di tipo emotivo. Non tanto un pessimismo, ma un tentativo di interrogarsi sul fatto del perché non stiamo facendo più casino. È evidente che siamo a dei livelli di disparità economica che sono peggio di quelli che hanno scatenato la Rivoluzione francese, quindi perché non scendiamo in piazza?
E allora la notte limpida per uscire dalla crisi quale potrebbe essere?
Non so, bisognerebbe provare a guardarsi un attimo intorno e rendersi conto che a un certo punto bisogna fare un po' di casino. Non è proprio l'intenzione del disco quella di dire “andate a bruciare i cestini” però punta alle ragioni. Dovremmo provare a farlo di più nel quotidiano. L'idea di fondo del disco è quella di guardare al mondo in una maniera intellettualmente onesta, di smettere di continuare a pensare che siamo negli anni Ottanta. Per dirla in altri termini, che la gente continui, nonostante dei segnali evidenti, ad andare a sciare quando non c'è neve. A fare tutta una serie di attività che una volta si potevano fare e che adesso non si possono più fare. Siamo molti ostinati nel voler continuare a ricreare determinate condizioni che di fatto sono figlie di un'epoca molto breve della storia dell'umanità, ossia gli ultimi 50 anni. L'idea è quella di tirare avanti, di ingoiare la medicina. Insomma, una svolta potrebbe essere quella di renderci conto che purtroppo le cose vanno così e che sia necessario trovare un modo onesto di vivere questi tempi.

Scendendo più nel particolare delle canzoni, in Statonatura ci leggo molto realismo nervoso di Franzen. Dici “il seme della distruzione germoglia in epoche noiose”. Puoi spiegare meglio?
Siamo costantemente intrattenuti e annoiati perché siamo sovraccarichi di stimoli. In realtà, ci rompiamo tutti il cazzo nella vita. Ma un botto. Non sappiamo più provare emozioni nel vedere notizie di morte e distruzione che occupano sempre più spazio nei nostri input di notizie. Queste cose stanno succedendo e si sta rompendo qualcosa alla base dell'equilibrio generale del nostro sistema di vita.
Ma c'è qualcosa che ti ha ispirato per scrivere questa frase?
C'è un subreddit, un forum di Reddit, che si chiama A Boring Distopia, una distopia noiosa. C'è gente che posta contenuti in linea con quello che canto nel pezzo. Quello che mi ha colpito è stato il titolo, cioè le due parole assieme sono molto interessanti.
In senso lato, è il disco più politico che hai mai fatto?
Credo proprio di sì. Cioè è sempre una visione colta da una prospettiva individuale, però diciamo che fare musica-politica è diventato sempre "meno sexy" nel corso degli anni. Se pensi agli anni Novanta, tutta la musica alternative era praticamente su quella scia lì. Invece adesso i testi non hanno granché considerazione della politica. Il fatto che sia una cosa "poco sexy" è anche forse una sfida che rendeva il tutto molto interessante da fare. Insomma, non si può fare solo musica sexy, ecco. Non fraintendermi: non credo che il medium musicale sia per forza ed esclusivamente adatto per ospitare dei messaggi così carichi e complessi ma mi sta sul cazzo soprattutto il fatto che non lo fa più nessuno.
Quindi, in breve, a questo giro ci abbiamo provato noi. Il prossimo disco magari parlerà, non so, di paesaggi e spighe.
E pianure magari.
Esatto. Un ritorno alla sfera bucolica.

Alcune canzoni sono molto estreme in termini di sound, penso a Municipio. Sono molto tirati. Quali sono gli esempi musicali che ti hanno dato l’ispirazione per avere questo suono così spinto?
Principalmente Ty Segall, che ha fatto un disco che si chiama Emotional Mugger, anni fa. Quello è il disco con cui l'ho scoperto e ha dei muri di fuzz devastanti, uno dei dischi più sporchi che ha mai fatto. In particolare, ha fatto una live session su KEXP in cui spinge ancora di più questi sound all'estremo. È una cosa che è sempre un po' mancata nel mio modo di fare musica, nell'universo Post Nebbia. La mancanza di questi attimi di pura cattiveria. Ogni volta che sentivo quella roba dicevo che mi piaceva tantissimo e forse dovevo iniziare ad incorporarla un po' di più anche nella mia musica. È stato quindi naturale che con questo disco abbiamo provato a spingerci un po' più in là.
Siccome siamo alla fine dell'anno ed è ora di tirare le somme, quali sono stati i tuoi dischi dell’anno?
Sicuramente Sorcs 80 degli Osees, poi Three Bells proprio di Segall e ti direi il primo da solista di Geordie Greep.
The New Sound è proprio un gran disco.
Ad alcuni miei amici non è piaciuto tanto perché è effettivamente mega barocco, però secondo me riesce a reggerlo molto bene.
Ti devo fare un appunto: non hai nominato l’Italia.
Beh, già soltanto Dischi Sotterranei è uscita con un botto di roba quest’anno: Gaia Morelli, Jesse The Faccio, Visconti.
Chiudiamo con una quota ironica: siccome una canzone del disco si chiama come il mio giornalista preferito (Kent Brockman dei Simpson, ndr.), qual è il tuo momento preferito del conduttore?
Quello delle mollette («Prossimamente: quali sono migliori, le mollette da bucato a molla o l'altro tipo?», ndr.) Guarda, mi hai dato la scusa per riguardarle tutte, così mi rifaccio una cultura!