Nell’estate di dieci anni fa, due giovani cantautori siciliani si sono incontrati per la prima volta per le vie della casbah di Mazara del Vallo, esibendosi in un’intima performance chitarra e voce, e, fin da subito, è risultata evidente una fortissima alchimia, sia musicale che umana. Era dunque destino che, dopo aver intrapreso carriere soliste ricche di soddisfazioni, si ritrovassero per realizzare un disco scritto a quattro mani, per il puro piacere di farlo, senza la pressione di logiche di mercato. Stiamo parlando di Colapesce e Dimartino, musicisti dal background simile, non solo per i luoghi di provenienza, ma soprattutto per il loro comune approccio autoriale, che già in passato li ha portati a collaborare con importanti nomi del pop. Le esperienze vissute, i ricordi, la malinconia e un certo sguardo sulla vita e sulle sue assurde sfaccettature, sono elementi confluiti così ne I Mortali, un album personale e senza filtri, sicuramente lontano dal grande calderone itpop in cui viene ormai inserito gran parte del cantautorato italiano contemporaneo.
Nonostante la varietà di produttori coinvolti, tra cui Federico Nardelli, Frenetik & Orang3, Mace e Mario Conte, le dieci tracce del lavoro godono di grande omogeneità sonora, per un insieme compatto che, a tratti, potrebbe essere ricondotto a un concept di fondo ribadito anche nel titolo. Una costante dei pezzi è la narrazione dell’adolescenza, vista in modo laterale e contestualizzata all’interno della terra d’origine. A tal proposito, Colapesce ci conferma la precisa volontà di esplorare tale fase della vita: «L’adolescenza ci affascina parecchio ed è sicuramente una delle colonne del disco. Crediamo che sia una sorta di apice della mortalità, dove tutto è concesso anche se ci si sente sbagliati, come cantiamo in Adolescenza Nera. È una fase con molte sfumature, in cui ogni piccola cosa della quotidianità viene un po’ esasperata e, di conseguenza, abbiamo voluto giocare un po’ sul linguaggio, usando dei termini che all’altro magari non sarebbero mai venuti in mente, penso a certe immagini contenute in Majorana». Dimartino aggiunge: «È un’età in cui ai ragazzi sembra sia già accaduto tutto, tutte le sensazioni sono amplificate e ogni giorno presenta nuovi appuntamenti con la vita. Poco tempo fa stavo riflettendo che, nella mia percezione, un pomeriggio del me sedicenne durava quanto una settimana di adesso (ride, ndr).» La provincia, la noia, la ribellione, i grandi sogni e le paure sono i cardini di diverse canzoni, da L’ultimo giorno, primo singolo pubblicato a gennaio, fino a Cicale e, appunto, Noia mortale.
Tutto ciò ha come sfondo la Sicilia, altro tratto ricorrente nelle tracce e nella loro poetica. Luna Araba con Carmen Consoli è un po’ una lettera d’amore, disincantata e ironica, verso luoghi come la Scala dei Turchi e l’Isola di Ortigia, fra un drumming energico e chitarre dal sapore psichedelico alla Tame Impala. «Penso che la nostra scrittura non possa non essere influenzata dalla Sicilia» – spiega Dimartino – «un’isola ricca di leggende e misticismo, dove nel corso del tempo si sono succedute numerose dominazioni che hanno lasciato una commistione culturale evidente e di forte impatto, basta entrare nella Chiesa della Martorana a Palermo per accorgersene: è Cristiana ma il soffitto presenta delle decorazioni dedicate a Maometto. Queste atmosfere sono così confluite in maniera naturale nei pezzi, spesso inconsciamente». Non è la prima volta in cui troviamo riferimenti di questo tipo nei loro pezzi, ed è una delle tante cifre stilistiche che li accomunano. Però Colapesce precisa: «Nonostante ciò, siamo sempre stati attenti nel raccontarla in modo non folkloristico e superficiale come potrebbe fare una guida turistica, ma fornendo immagini universali, in cui tutti si possano riconoscere. E, a ben pensarci, era quello che facevano scrittori siciliani che noi amiamo: da Verga a Bufalino, da Sciascia a Pirandello».

Uno dei brani che più colpisce è quello d’apertura, Il prossimo semestre, dove, con le voci sostenute solo da un delicato piano e un crescendo di archi, i due descrivono in maniera ironica una figura stereotipata del cantautore moderno, fra editori da accontentare, temi scomodi da non affrontare e la costante ricerca di una hit. «Ci siamo ispirati a Il Merlo di Piero Ciampi per scriverlo, riadattando le riflessioni in chiave contemporanea. Per quanto ci riguarda, nella nostra carriera fortunatamente non siamo mai dovuti scendere a compromessi» – afferma Colapesce – «poiché siamo sempre stati supportati dai nostri collaboratori e del nostro pubblico, tutte persone che si sono sempre fidate dei lavori proposti, acquistando i dischi e i biglietti dei concerti. Quando, invece, siamo impegnati in session di scrittura di veste di autori per altri dobbiamo svolgere un po’ un lavoro di sartoria, da “operai” della musica, mettendoci al servizio dell’interprete e del suo linguaggio, senza però avere necessariamente l’ambizione di scrivere un successo estivo ad ogni costo».
Nel comporre un disco a proprio nome vi è dunque un processo completamente differente, permettendo una narrazione tanto personale quanto universale. Sottolinea Dimartino: «In questo caso è come se avessimo scritto il disco per una terza entità che non esiste, un nuovo cantante. Essendo in due l’io è venuto meno per ovvi motivi, ma comunque è difficile escluderlo del tutto, qualcosa dal proprio subconscio emerge sempre. Ci piaceva l’idea di costruire dei ritratti, per poter parlare comunque d’amore, ma in modo alternativo e non convenzionale, come abbiamo fatto in Rosa e Olindo. Nelle canzoni abbiamo raffigurato una varietà di protagonisti, sperimentando un approccio decisamente nuovo». E ciò è evidente in ciascun brano, ognuno con dei potenti affreschi di umanità, capaci di esplorare sentimenti contrastanti anche con parole conturbanti. Queste ultime non celano però volontà di giudizio, Colapesce e Dimartino fotografano la realtà in modo nitido e sorprendente, evitando ammiccamenti a una certa estetica lo-fi tipica dell’indie italiano. Le produzioni, estremamente curate, fanno convivere senza fatica synth e chitarre elettriche, percussioni incalzanti e momenti acustici, per un pop cantautorale elegante e senza fronzoli.

Rimandato di due mesi a causa dell’emergenza sanitaria, I Mortali è un disco uscito in un periodo non semplice, ma forse proprio per questo ottimo per riflettere su quello che ci circonda senza indugiare nella pesantezza, con una costante malinconia agrodolce di fondo. L’ascoltatore viene immerso in un viaggio sonoro raro di questi tempi, il cui sapore è quello di una calda estate siciliana, tra ricordi e spensieratezza, osservando sempre con un amaro sorriso le continue contraddizioni dell’esistenza.
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