21 dicembre 2020

Ciao, mi presento, sono la voce di una generazione che vuole essere ascoltata e compresa - intervista ad ARIETE

A volte mi capita di vivere dei momenti nei quali non vedo l'ora di staccare tutto, uscire, prendere una boccata d'aria e passeggiare. Soprattutto quando, per un intero pomeriggio, non ho fatto altro che studiare. Mi ricordo, in particolare, una sera di metà novembre dell'anno scorso. Avevo questo desiderio. Allora, con decisione, ho preso il giaccone, le chiavi e le fidate cuffiette del telefono. Dimentico l'ombrello, ma il cappuccio mi salva da una pioggia leggera che si stava abbattendo quella sera su Roma. Appena accosto il cancello di casa, arrabbiandomi poiché gli iPhone non possiedono più il foro per il jack, collego le cuffie a quell'attacco scomodo posizionato al centro. Inizio la mia passeggiata. Apro Spotify, che mi fa sempre compagnia, e tocco per sbaglio New Music Friday: parte, in modo totalmente casuale, Quel Bar di Ariete. Una chitarra arpeggiata in sottofondo e il suo particolare timbro vocale mi fanno notare che ciò che stavo ascoltando si bilanciasse perfettamente con ciò che stavo facendo in quel preciso momento: una passeggiata serale per il mio quartiere.

Tornato a casa, a mente fredda, comprendo che quella cantante avesse qualcosa di veramente speciale e mi decido ad attivare le notifiche per non perdermi nessuna sua uscita futura. Così, a distanza di poco tempo, arriva sia il singolo 01/12 che il suo primo EP: Spazio. Un concentrato di suoni che mi fa subito comprendere l'enorme potenziale di questa ragazza, la quale, intanto, si diverte a fare dirette su Instagram con la sua crescente community di ascoltatori. Giusto lo scorso venerdì è uscito 18 anni, il suo secondo EP e, per l'occasione, ho avuto la fortuna di parlarci una ventina di minuti. Dall'altro capo del telefono ho trovato una persona con poca esperienza alle spalle ma con una passione di incommensurabile valore e una rara dedizione per ciò che realizza. Nel suo nuovo lavoro, 18 anni, emerge il suo talento cristallino e la naturalezza con cui lo maneggia. Grazie a questo nuovo EP mi ha implicitamente dato una prima risposta al perché, quella sera di novembre, avevo così tanta voglia di camminare:

18 anni parla di quanto sia difficile essere giovani delle volte. Mi sono sempre sentita diversa, tutti intorno a me si realizzavano come volevano le loro famiglie e poi c'ero io, un po' fuori dal mondo, con la voglia di dire e fare qualcosa di più.

Dobbiamo trovare la nostra dimensione fin da giovani, cadere, rialzarci, riaffondare, per poi tornare su; più forti e consapevoli. 18 anni ti aiuta a fare mente locale, ti può tenere compagnia durante una piovosa giornata di inizio dicembre. Quando vuoi fare un reset della giornata, chiudi gli occhi (e WhatsApp) e schiaccia play: Arianna e la sua voce faranno il resto.

Credits: Ilaria Magliocchetti Lombi

Da Quel Bar a 18 anni. In un anno dal tuo arrivo sulla scena musicale cos’è cambiato? Hai una diversa concezione delle potenzialità che possiedi?

Sono cambiate tante cose. Quel Bar è uscita in modo totalmente indipendente, mentre adesso ho una squadra di persone che lavora insieme a me, che non è una cosa scontata. I primi due singoli sono usciti senza nemmeno una pretesa, lavoravo da sola, non avevo nessuno alle mie spalle. Adesso, invece, ho la fortuna di stare assieme a delle persone che sanno fare benissimo il loro lavoro, quindi, in breve, è cambiato il metodo. Prima era un po' «ok, vediamo come va», adesso è proprio quello su cui mi impegno e impiego il mio tempo. Poi a livello di scrittura sicuramente ho più consapevolezza, ho scoperto nuovi generi su cui poter sperimentare. Adesso, però, non è solamente perché mi è andata bene qualche cosa mi sento di poter dire che sono consapevole riguardo il mio percorso o mi sento chissà chi: la prendo con molta tranquillità e vedo come va.

In Spazio, il tuo primo EP, c’è un featuring con Drast degli Psicologi: come l’hai conosciuto, com’è nata la vostra collaborazione e qual è un pregio che riconosci in lui ma che tu non possiedi?

Parto subito dal pregio: lui è bravissimo a produrre. Vorrei tanto saperlo fare. Io e lui abbiamo un rapporto bellissimo, siamo amici, diciottenni, che amano fare musica e quando c'è affetto fra le persone è molto semplice far uscire qualcosa insieme. È lui ad aver conosciuto me: stava tornando da una data e ha ascoltato Quel Bar su Spotify, gli è piaciuta e ha chiesto se potessimo incontrarci. All'inizio non c'era una proposta discografica, ma volevano solamente farmi aprire il loro concerto a giugno al Rock In Roma, che poi alla fine non si è più fatto. Tra noi, comunque, c'è stata sempre tanta confidenza: abbiamo fatto un viaggio insieme, date assieme: una vera e propria amicizia.

Venerdì è uscito 18 anni, il tuo secondo EP: cosa c’è dietro la scelta di pubblicare a stretto giro due EP invece che un singolo album?

Penso che se pubblichi un album intero (che normalmente sono più di dieci tracce) vuol dire che per prima cosa ci lavori tantissimo. Per seconda, se ti va male, hai buttato molto più lavoro che se ti floppa un EP. Ad esempio, se Spazio non avesse funzionato come ha fatto, probabilmente avremmo detto di non lavorare su un secondo, ma di far uscire due singoli che avrebbero potuto funzionare e magari l'anno successivo un nuovo EP o un nuovo album. Invece, per fortuna, Spazio ha riscosso il suo successo e l'abbiamo presa con più tranquillità.

Molti tuoi fan ti hanno conosciuta con Pillole: potresti spiegarmi la genesi di quel brano? Come lo hai costruito, se è stato scritto in più fasi oppure un unico flusso di coscienza…

Io ero fidanzata con questa ragazza, poi sono andata a Napoli senza di lei, avevamo litigato in maniera pesante e lei mi aveva lasciata. Tornata dal viaggio, dovevo passare a casa sua a Roma e, praticamente, anziché andare direttamente da lei, mi fermo un po' alla Stazione Termini, sulla terrazza. In questa atmosfera piovosa di febbraio, guardavo al buio la stazione dall'alto e mi venne la frase: «Associo Roma a cosa brutte ma non posso andarmene». Così l'ho registrata sul telefono, ma non solo la frase, anche la melodia. Tutt'oggi ho questa registrazione sul telefono datata venti febbraio e poi in quarantena mi ci sono messa e l'ho scritta bene.

Hai uno splendido rapporto con i tuoi fan: utilizzi spesso i social per comunicare quotidianamente con loro. Pensi che sia il modo migliore, oggi, per un artista per arrivare a più persone possibili? Credi che senza queste piattaforme la tua notorietà sarebbe arrivata ugualmente?

Devo essere sincera: a me, da questo punto di vista, la quarantena ha salvato, perché più facevo le dirette e più persone mi seguivano. Le live su Instagram le faccio perché mi ha collegato un sacco al mio pubblico e adesso continuo perché, sì, è vero, ho centocinquanta mila persone che mi seguono, ma ogni giorno ne arrivano mille nuove e io voglio che queste ultime sappiano di me le stesse cose che magari sanno quelli che mi seguono da più tempo. Li voglio tutti un po' al corrente.

A causa dell’emergenza Covid non hai ancora girato l’Italia per il tuo primo tour, però quest’estate hai avuto già un preludio a quello che potrebbe essere suonare dal vivo (mi riferisco, ad esempio, al Poplar Festival): che emozioni ti ha suscitato l’avere davanti a te persone che cantavano le tue canzoni?

Bellissimo, ovviamente. Essendo una persona che si è fatta una marea di concerti (nel 2019 me ne sono fatti venti in sei mesi), so pure cosa vuol dire stare sotto al palco, tutti schiacciati in transenna... è un altro tipo di emozione rispetto a questi concerti durante il Covid. Vorrei riuscire a trovare quella dimensione, ma da artista. Non penso sarà questa estate, però prossimo inverno forse sì.

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Torniamo un po’ indietro nel tempo e arriviamo alla tua esperienza ad XFactor: qual è il tuo pensiero in merito a questi talent e in che modo (se lo hanno fatto) hanno cambiato la tua percezione della musica?

Quando tu hai diciassette anni e da persona media sai che la televisione è il mezzo che collega un po' tutti, l'idea comune è che la TV ti faccia diventare qualcuno. Si pensa, appunto, che se non hai nessuno, fare i talent può essere il tuo unico trampolino di lancio e poi il resto si vede. È una cosa che io, non avendo un minimo di esperienza, ho pensato, anche perché c'era mia madre che mi diceva di tentare. Quindi ho provato e forse non era una cosa che volevo con tutta me stessa ma è andata bene, perché ho superato le prime selezioni. Te lo dico proprio sinceramente: a meno che non hai il contatto o sei proprio bravo bravo, lì non passi. Io avevo portato dei miei inediti, ma ho compreso che è un mondo che non fa proprio per me. L'esperienza non mi è piaciuta, anche perché io sono andata lì con il mio nome e cognome, il progetto Ariete ancora non esisteva e quindi non mi ha aiutato nemmeno per un minimo di notorietà. Paradossalmente, la gente si ricorda di me soltanto perché sono l'unica che si è arrabbiata ai bootcamp: la produzione aveva deciso che tutti dovevano urlare il mio nome per farmi uscire e io ero al Forum d'Assago con settemila persone che mi guardavano e sentivo gente che urlava il mio numero. Mi ha dato comunque la consapevolezza che il mondo della musica è sicuramente pieno di squali, di gente che ti vuole fregare, che ti dice che sei forte ma poi ti manipola come vuole.

Siamo circondati da artisti emergenti che a fatica riescono veramente a farsi notare: qual è un consiglio personale che daresti loro e ti chiedo anche se c’è stato un momento nella tua vita nel quale hai pensato di voler abbandonare questo mondo.

Non ho mai pensato di abbandonare, più che altro avevo pensato proprio di non iniziare. Non mi sento di dare consigli poiché io stessa mi sento emergente, soprattutto dal punto di vista dei live. Se proprio devo darne uno, direi quello di affiancarsi delle persone che credono in te, che non ti montano la testa e soprattutto il mio monito è quello di non credere alla prima persona che ti scrive e ti dice che ti porterà in cielo, ti farà fare soldi... perché la maggior parte delle volte non è così. Quindi l'importante è continuare a crederci e avere accanto le persone giuste.

Siccome sei stata scelta da Spotify tra gli artisti del pride, pensi che si dovrebbe fare attivismo attraverso la propria musica? In che modo? 

Assolutamente e penso di essere la prima a farlo. Nelle mie canzoni parlo al femminile perché ho avuto storie con delle ragazze e quindi i pronomi che uso sono principalmente femminili. Ad esempio, non credo che bisogna per forza urlare nelle canzoni che tutti abbiano gli stessi diritti, ma se parti da una piccola sensibilizzazione e non hai paura, perché non farlo? Apprezzo molto Madame che ha fatto uscire clito: è una canzone che parla di un taboo sessuale grosso, raccontato da una ragazza e questo non te lo aspetti. Credo che la chiave di questa generazione sarà sensibilizzare sempre più.

Ho letto da poco un’interessante definizione: «I genitori sono degli amici che non ti scegli». Volevo chiederti se ti ci potessi ritrovare in questa definizione anche attingendo da esperienze personali.

Io direi più che i genitori ce li hai e basta. Sono persone che scelgono di avere te e, personalmente, dipende. Ora come ora che ho una cosa per cui mi impegno, «un lavoro fisso», sono maggiorenne, posso dire che attualmente ho un buon rapporto con i miei. Fino a due anni fa non era troppo così. Credo dipenda più da quanto loro vogliano essere amici tuoi.