Sarà capitato anche a voi di vedere un TikTok amarcord, uno di quelli dove il creator tira fuori dall’archivio abiti ed oggettistica che a rigor di logica avrebbe dovuto rottamare nel 2011 e che invece decide di esibire sul web facendoci mezzo sorridere e mezzo vergognare di come eravamo in un determinato periodo storico. Inutile girarci intorno, il fenomeno The Dare, fatto di scene di feste casalinghe riprese e rigurgitate online, di primo impatto non sembra più che questo: un tizio travestito da Julian Casablancas che scimmiotta l’indie sleaze dei primi 2000 per un pugno di like. È quindi sorprendente scoprire che dietro alla popolarità o, meglio, viralità, del californiano Harrison Patrick Smith, c’è qualcosa di più complesso di un meme.

Prima di arrivare alle strofe beffarde ed immediate che caratterizzano i suoi beat electroclash, con cui ha conquistato la scena del clubbing newyorkese, The Dare era stato Turtlenecked, un progetto artistico di musica volutamente complicata à la Phoebe Bridgers poco chiacchierato; poi, con l’arrivo nella Grande Mela poco prima della Pandemia l’attività da DJ, iniziata per soldi presso un piccolo club di Bushwick (The Glove), lo porta a una svolta inaspettata: un contratto discografico con Republic Records e adesso a un tour europeo che toccherà anche l’Italia (precisamente il 14 marzo 2025 alla Santeria Toscana di Milano, la data è sold out da tempo).
Cresciuto spostandosi sulla east coast in una famiglia dove a sua detta “there was basically no culture happening” (The Dare intervistato da The Face) Smith ha fatto un giro immenso prima di ritrovarsi ad essere l’inaspettato paladino di una nuova cultura del clubbing con il suo primo album What’s Wrong with New York e prima ancora con le sue serate itineranti ispirate al concetto di House Party. In questo caso, è l’album che nasce dalla festa, non viceversa. Tutta l’attenzione che ha iniziato a circondare questo giovane incravattato ha infatti qualcosa di strettamente connesso con il mondo analogico, con una forma di divertimento materiale dimenticata, che appena rivista fa urlare al revival, anche se lui non è per niente d’accordo («Smith, for his part, says he doesn’t think the revival is “real at all.”»).

E così, sfoggiando un fintissimo accento inglese e un completo nero con cravatta “messo una sera per caso”, da qualche mese le attività festaiole di The Dare, corredate dai suoi brani sottofondo, hanno invaso l’algoritmo facendo agognare a chi vi si imbatte di poter (ri)vivere quel tipo di socialità fisica e sudaticcia da primi 2000.
Impossibile negare che la parte visiva del progetto - con Smith tipicamente inquadrato di fronte alla console che ci fa solo intravedere i festeggianti alle sue spalle - faccia da regina, ma è certamente anche il sound che The Dare ha escogitato a mantenere alta l’attenzione. Si tratta a tutti gli effetti di un ibrido tra l’indie sleaze della scena newyorkese (The Strokes, Interpol, LCD Soundsystem) ottimamente raccontato nel documentario Meet Me in the Bathroom, e la contemporanea elettronica da club. Un miscuglio che The Dare vorrebbe targare come electroclash e in cui cerca di riversare l’atmosfera da DJ improvvisato vissuta agli inizi della sua attività: suoni metallici o acidi, brusii di interferenze, cavi di gomma che sfregano: insomma siamo in discoteca e, come dice uno dei suo brani (I Destroyed Disco), c’è il rischio di distruggerla.
What’s Wrong With New York è la sua prima raccolta, con 10 tracce pensate per essere sentite in cassa a tutto volume. Ognuna ruota attorno alle fasi di una serata in discoteca, tanto che si potrebbe anche parlare di concept album tenendo a mente il titolo di apertura (Open Up) e di chiusura (You Can Never Go Home), e tanti altri nel mezzo (You’re Invited, All Night). È invece nei testi che si nasconde la vera essenza di The Dare, il suo brand: ogni brano è una sorta di decalogo di cosa deve succedere, chi deve partecipare e come ci si deve comportare ad una festa in stile The Dare.
Risposta: vietato essere patinati, essere impettiti, essere instagrammabili, obbligatorio spogliarsi del perbenismo per dare inizio al divertimento. In sostanza essere al club invece che stare online.
I'm in the city while you're online
I'm in the club while you're online
I hope my set sounds good outside, baby
- Good Times, The Dare
Il singolo Girls, uscito nell’agosto 2022, è il manifesto di questa richiesta di rinuncia al glam: «I like the girls that do drugs / Girls with cigarettes in the back of the club / Girls that hate cops and buy guns / Girls with no buns, girls that's mean just for». Le ragazze preferite di The Dare somigliano più a Kate Moss negli anni ’90 che alle guru del trucco che popolano TikTok e nei suoi video musicali fa vedere anche quanto si divertono. Trovare sullo stesso social della skincare e della perfezione plastica qualcuno che dica “lavati di meno e divertiti di più” è un messaggio rivoluzionario a sé stante, ma alla fin fine, che ti stia incitando a usare meno sapone o a spaccare tutto, quello che conta di The Dare sono le sue doti da intrattenitore.

All’interno di un più ampio fenomeno dove il concerto diventa sempre più esperienza e momento di socializzazione fra il pubblico piuttosto che idolatria per chi sta sul palco, Harrison Patrick Smith, vestendo i panni di The Dare, vince. Non solo perché ha trovato il modo di rendere se stesso interessante, ma perché la promessa implicita al suo pubblico è quella di diventare altrettanto cool non appena in sua presenza.
The Dare, i suoi suoni, il suo approccio alla vita notturna intercettano perfettamente il nostro tempo, riuscendo a vivere sia dentro che fuori la dimensione del meme, godendo del dono della viralità, ma attraendoci verso qualcosa di irreplicabile se non in presenza. Già irresistibile.