Se questo articolo fosse uscito, che so, prima del 4 febbraio, qualche accenno biografico sarebbe stato quantomeno necessario. Sanremo invece ha fatto la magia (inaspettata e bellissima) e oggi posso andare dritto al punto parlando di Lucio Corsi, nuova sensazione nazionale dopo il Festival, ma vecchia conoscenza per noi di Noisyroad, che lo seguiamo sin dagli esordi. Cantautore noto per la sua voce poetica e delicata, Lucio ha colpito il grande pubblico dentro e fuori dal palco per la grande spontaneità e per dare sempre l’impressione di avere un po’ la testa fra le nuvole.

Ecco, questo ultimo aspetto non è casuale: Lucio Corsi è un menestrello cosmico, e non solo per l’aspetto space-glam che sfoggia durante le sue esibizioni, ma perché tra le nuvole lui vorrebbe starci davvero. Infatti la costante che attraversa tutta la sua produzione musicale è lo spazio; il cielo nelle sue mille forme e significati, astri celesti, alieni e astronavi popolano le canzoni di Lucio, sia come personaggi, ambientazioni o spesso metafore per raccontare sensazioni e sentimenti quanto mai umani. Aspettando il nuovo album, Volevo essere un duro, in uscita il 21 marzo, ripercorriamo la discografia dell'artista toscano, partendo proprio dall’inizio.

In principio non era altro che Lucio
Altalena Boy / Vetulonia Dakar (Picicca Dischi, 2015) è tecnicamente una raccolta che comprende i primi due EP di Lucio Corsi, ma viene comunemente considerato il suo disco d’esordio. Musicalmente più schietto rispetto ai suoi successori, i pezzi che lo compongono sono figli indiscussi del cantautorato italiano e del folk anglofono, ma presentano già spunti interessanti che verranno sviluppati successivamente.
Qui la dimensione spaziale è presente sia nel senso cosmico del termine che in quello geografico. Altalena Boy, che apre l’album, è la storia del primo caso confermato di giro della morte su un altalena: storia ricoperta da un alone di mistero, dato che il bambino protagonista dell’impresa scompare “come una stella cadente nella notte”:
C'è chi dice, ‘L'hanno preso gli extraterrestri / E l'han portato sulla nave spaziale’
C'è chi dice, ‘L'hanno preso i marziani / Per poterlo studiare’
Segue Alieni, un pezzo dal piglio giocoso che racconta l’arrivo in città di veri e propri (s)oggetti non identificati, che infatti non vengono mai descritti: è una metafora non solo del diverso e del suo ingresso nella società dell’ordinario, ma anche dell’insicurezza e della paura che rendono l’uomo una creatura potenzialmente violenta.
E la signora davanti a me disse tutta preoccupata
‘Vogliono fare la guerra, ho portato il fucile’
‘Vogliono fare la pace? Ormai ho portato il fucile’
Gli abitanti della città dipinta da Corsi sono sostanzialmente invidiosi di non poter alzare il tiro della propria esistenza e di non avere mezzi per evadere dalla realtà, e reagiscono con la più attuale delle dinamiche sociali: alzare un muro, e comportarsi come la volpe che non arriva all’uva.
Gli alieni arrivarono dall'alto
Ma così in alto noi non ci sappiamo andare
Così anche se ci volevano solo vedere
Li mandammo via a calci, a calci nel sedere

L’astronave, terzo pezzo, dirotta il mood verso un’atmosfera sognante e delicata. È una canzone importante nella discografia di Corsi, dato che apre il cerchio che si chiude con Astronave Giradisco, singolo contenuto ne La gente che sogna, di cui parleremo più avanti.
“Quando qualcuno mette un disco e questo disco gira / L’astronave parte dal letto, sfonda il soffitto, e tocca il naso del cielo” canta Lucio, concretizzando con le sue parole la sensazione che si prova quando la musica ci rapisce, proprio come un UFO nei film di fantascienza. L’astronave/musica è ciò che ha portato Corsi “dalla Toscana alla Lombardia”, chiaro riferimento autobiografico, e nonostante sia fatta di “solo due elementi” (qui Lucio si rifiuta di elaborare oltre) riesce a muoversi invisibile e indisturbata nel cielo.
Godzilla infine riflette su chi sia il vero alieno sul nostro pianeta:
Gli alieni sono sulla Terra
Gli alieni sono già atterrati
Chiedetelo agli insetti
Se li hanno visti camminare
Gli alieni sono nel mare
Si sono già tuffati nel mare
Chiedetelo alle aragoste
Se li hanno visti nuotare
e continua con una serie di immagini bizzarre legate a uomini e animali visti da una nuova prospettiva, che non vi spoilero.
Dalla Maremma alla Luna
Con Bestiario Musicale (Picicca Dischi, 2017) Corsi rende omaggio alla fauna della sua terra, sedimentando la propria poetica brillante e giocosa, ormai riconoscibile, e alzando il livello compositivo e di arrangiamento. Siamo ancora in terra folk, ma la strumentazione si allarga e la forma canzone comincia a mostrare soluzioni più originali.
La lepre è raccontata dal punto di vista di un astronauta inviato in missione sulla Luna che, con grande stupore, scopre di non essere il primo arrivato:
Houston, che sfortuna
Siamo arrivati tardi, c'è una lepre sulla Luna
La lepre è un animale fluido, senza contorni netti. Rappresenta perfettamente Lucio e la sua poetica, esprimendo il concetto di dualismo con parole semplici ma fortissime:
E c'è arrivata prima di noi senza tute
Pensavo fosse disegnata sulla luna dalle buche
Gli è bastato un salto
Da mezzanotte in su
Verso una luna a due facce
Perché la Terra ne ha una
E a lei ne servono di più
Perché è sia uomo che donna
Perché è città e campagna
La volpe è invece un pezzo che racconta il mito della genesi dell’animale: i suoi antenati appartenevano all’universo sconfinato, “mia madre la seconda luna del cielo”, ma ora la volpe si è liberata del peso della stella che era solita portare per aiutare gli amici contadini a cacciare via i topi dai campi.
Ma per un animale che scende dal cielo ce n’è uno che sale e questo è Il lupo, a cui Corsi augura di essere portato via dalla luna e dalle stelle, in un pezzo caotico e giocoso in cui l’autore toscano invoca elementi e fenomeni naturali per parodiare il “crepi” solitamente indirizzato al lupo, per poi chiudere capovolgendo tutto e augurargli di vivere per centinaia, addirittura migliaia di anni.
L’istrice è una delle vette poetiche del disco. La musica dolce ma vivace e la voce di Lucio dipingono un quadro notturno in cui questa simpatica bestiolina zampetta ai lati di una strada di campagna, mentre brillanti giochi di parole e ribaltamenti della norma compongono un’ode all’istrice. Torna la dimensione del mito, che ci fa alzare gli occhi verso la volta scura del cielo:
La leggenda dice ‘voi siete gli indiani con l'arco e le frecce
Sparate le spine dalla schiena al cielo’
E la leggende dice ‘voi siete gli indiani, le piume, le trecce
Sparate punte, evoluzioni di pelo che tinge l'azzurro di nero’
Il cinghiale è un altro pezzo in cui il livello testuale raggiunge picchi notevoli. Non è altro che una descrizione di questo “elefante in miniatura”, ma fatta in modo cinematografico, o come una coreografia teatrale: si capta un grande viavai di animali, inseguimenti, nascondigli, insomma un incessante movimento dietro all’apparente immobilità della notte:
Le lucciole del bosco, le lucciole cadenti ti vogliono aiutare
A fuggire dai cani lanciati come frecce
Inseguiti dagli spari dei finti militari
Il cinghiale è però anche l’addetto a far sorgere la prima luce del giorno, lasciando dietro di sé l’oscurità della notte, diventando la versione silvana dell’Apollo greco:
Ti porti sulla schiena il buio della notte
E spingi con il muso
Il sole la mattina
Appari sulla strada colore dell'asfalto
Illuminano i fari
Il momento in cui scompari
Che fatica diventare grandi
Ulteriore salto in avanti di tre anni ed eccoci arrivati a Cosa faremo da grandi? (Sugar Music, 2020), album che oltre a confermare quanto di buono ascoltato nei precedenti lancia Lucio Corsi verso una visibilità fino ad allora mai raggiunta.
Questo album è il più “terrestre” tra i quattro pubblicati ad oggi, e segna il passaggio dal bosco e dalla provincia verso una dimensione più cittadina, portandoci in giro prima per l’Italia (vedi Freccia Bianca e Trieste) e poi, come vedremo, verso la Svizzera e poi fino all’estremo opposto del globo.

Musicalmente è il primo disco in cui il glam rock è tanto presente quanto la canzone d’autore italiana e il folk, soprattutto grazie all’introduzione di chitarre elettriche spesso armonizzate e suoni sintetici che ci riportano alle sperimentazioni in studio dei pionieri degli anni ‘60 e ‘70.
In questo disco i riferimenti allo spazio, al cielo & co. sono meno presenti e cominciano dalla seconda metà della tracklist. In Amico vola via Corsi racconta di un amico talmente magro che “col vento volava”, e che in seguito allo scontro con un un aeroplano capisce di poter arrivare alla Luna, evidentemente colpendola con sonore capocciate:
Per questo la Luna è piena di buche
Ce le ha fatte lui con la sua testa
E invece di piantarci una bandiera
Ritornava giù ogni sera
L’amico rappresenta l’anomalia opposta alla norma; non è una persona con i piedi per terra, e ai dottori che lo visitano non viene in mente altra soluzione se non quella di renderlo talmente pesante da non volare più via. La malinconica osservazione finale del nostro narratore è però che a nessuno venne in mente di valorizzare la sua dote:
L'ingegnere si inventò un'armatura da sei quintali
Ma a nessuno venne in mente
Di costruirgli le ali
In Bigbuca ascoltiamo invece i piani per una grande impresa: costruire una buca così profonda da arrivare all’estremo opposto del pianeta per vedere se è possibile imbrogliare la forza di gravità e “cadere con le gambe in alto”. Lucio Corsi, come un ingegnere aerospaziale, comincia a fare i propri calcoli e conclude affermando che il luogo della sua emersione sarà una collina in mezzo alla campagna cinese:
Dicono che poi i cinesi
Riprenderanno tutto quanto
Ma sarà notte e non vedranno
La canzone ha una fortissima componente malinconica e sognante allo stesso tempo, un’esternazione del bisogno di superare le barriere che ci dividono da un orizzonte più ampio per i nostri occhi, sottintendendo un senso di strettezza che affligge l’autore:
Voglio vedere se quando sarò di là
Avrò imbrogliato tutto anche la gravità
E come avessi fatto un salto
Inizierò a cadere con le gambe in alto
Stiamo a vedere se anche il cielo ha un tetto
Un soffitto, un pavimento
E un grande lampadario appeso
A volte resta acceso, a volte spento
Con La ragazza trasparente prosegue la serie di batoste emotive: l’impalcatura è un classico, ragazza-che-c’era-adesso-non-c’è, ma la scrittura di Corsi evita inciampi su pericolosi cliché. La ragazza perduta è trasparente, invisibile e per questo fonte di continui interrogativi:
Chissà che cielo la lascia
Chissà che terra la regge
Mi hanno detto che ora vive in un palazzo
E che ha rinchiuso la campagna in un parco
Dormo più che posso per pensare ad altro
Non c’è astio né risentimento nelle parole di questa canzone, solo tanta tristezza e un senso di serena sconsolatezza. Lei potrebbe essere lì con lui nel momento in cui sta cantando, ed effettivamente il ricordo di lei è una presenza forte, intangibile ma reale. Questo pezzo chiude l’album con un’ipotesi straziante ma maestosa nel crescendo musicale che l’accompagna:
Dato che è trasparente può esser tutto
Anche una notte d'estate
Baciata dalla sorte
Dimmi se le mani te le stringo troppo forte
Dato che è trasparente
Io la ritrovo nella musica
O nella forma di una nuvola
Se è un sogno, non svegliatelo
Concludiamo il nostro percorso con La gente che sogna (Sugar Music, 2023), dove il leitmotiv dello spazio è predominante, e si intreccia più volte con quello del sogno, come suggerito proprio dal titolo del disco.
Il sound del disco è spudoratamente glam, curato in ogni suo minimo dettaglio dal punto di vista compositivo, del sound e della produzione tutta. Assolutamente a fuoco, l’album procede spedito verso una meta che Corsi deve aver avuto ben presente nel corso della sua scrittura. Peccato per la durata, 28 minuti scarsi, che però contribuisce a finire ogni ascolto volendone ancora di più, e portandoci a schiacciare play un’altra volta.
Radio Mayday è un pezzo double-face che si apre come ballata per poi sfogare in un refrain del quale Bowie andrebbe fiero, ricordando proprio il periodo Ziggy Stardust del Duca Bianco. Anche in questo caso c’è il tema della perdita di una “lei”, molto simile a quello che abbiamo visto ne La ragazza trasparente:
Lascerei tutto così com'è, ma cambierei pianeta
Tra tutti il più lontano che c'è
Lassù mi scorderei gli errori del passato
E nessuno canterebbe più di lei
Dentro la radio

La necessità di fuggire dal mondo, quasi implorata, è un bisogno che abbiamo visto più volte nella discografia di Corsi, così come la crescente difficoltà nel sopportare la ripetitività dei giorni:
Mi è crollata la realtà
Ogni giorno è un déjà-vu, un replay
Il nome della stazione radio è di per sé un grido d’aiuto, essendo sinonimo degli “S.O.S.” nelle comunicazione radiotelegrafiche, ed è proprio lungo queste frequenze che qualcuno continua a cantare di questa misteriosa figura del passato.
Come anticipato parlando de L’astronave, contenuta nel primo album del cantautore maremmano, Astronave Giradisco rappresenta la chiusura del cerchio che cominciava proprio con quel pezzo. Se ne L’astronave venivamo trasportati verso l’alto grazie al potere della musica, qui Corsi descrive invece un esodo che da ogni parte dell’universo porta le più disparate forme di vita aliena verso la Terra, il “mondo senza difetti”, ma solo perché gli esseri umani erano “gli unici assenti”.
Il pezzo colpisce per la sua intertestualità, riprendendo subito la stazione Radio Mayday, e per i numerosi riferimenti pop: a partire da E.T., passando per Satellite of Love di Lou Reed e arrivando all’italianissima e ineluttabile Radio Maria:
C'era una coda luminosa tra le stelle
Anche il satellite d'amore di Lou Reed
Come Maria che appare in tutte le frequenze
Radio Mayday passava l'ultima hit
Space vibrations

Queste “space vibrations” non sono messe lì a caso, essendo il nome scientifico di un fenomeno che potremmo definire il suono dell’universo: le onde gravitazionali sono infatti responsabili di portare i suoni attraverso lo spazio-tempo, ed è per questo che sono qui definite “l’ultima hit dell’universo”.
Sui tetti delle case
L'astronave Giradisco
Sparava un sound spaziale
Per gli amori che finiscono
L'ultima hit dell'universo
Ta-ra-ta-ta-ra-ra
Space vibrations
Magia Nera, terzo pezzo del disco, alza i bpm con un rock ‘n’ roll da musical, anche grazie all’interpretazione di grande personalità di Corsi. Il cielo è il fondale di uno spettacolo ricorrente nei sogni del nostro, che può cadere quando le cose si mettono male o restare ben saldo ad illuminare la notte:
Oppure tutto è andato al meglio ed anche coi miei anni in più
La volta celeste è ancora piena di stelle
E i chiodi che la tengono su
Ci ricoprono di tagli i sogni infranti
Siamo bambole vudù
Che i sogni e le stelle siano riusciti o meno a non farci crollare il cielo addosso, ogni sogno irrealizzato è un taglio sulla nostra personalissima bambola vudù, un modo di comunicare il legame indissolubile e vitale tra la realizzazione dei nostri obbiettivi e il nostro benessere: i sogni, proprio come la magia nera del titolo, possono buttarci giù come un maleficio quando cadono a pezzi.

Altra canzone, altra ballata ad alto tasso di poesia: La Gente Che Sogna è la title track di questo disco e riassume l’intreccio tra sogno e fuga descritto nel corso dell’intero album. Quando si fa buio e chiudiamo gli occhi “i cuscini portano in vacanza la gente che sogna” verso una dimensione sicura dove poter sperimentare tutto, senza temere sconfitta o fallimento:
Tra i manichini che dormono in piedi imprigionati dentro ai loro vestiti
E i pali di ferro che gridano fedeltà rimanendo incatenati alle bici
I cuscini portano in vacanza la gente che sogna
Dove accade di tutto, ma tutto ciò che accade non conta
Il narratore si rivolge ad un “tu” che come ascoltatori ci fa sentire immediatamente chiamati in causa, evidenziando l’unico problema che può impedirci di sognare, cioè l’incapacità a lasciarsi alle spalle la realtà:
Ehi, tu
Vorresti andare di là
Ma non riesci a chiudere i conti col mondo e la realtà
Il cielo nella finestra è buio e tetro
Ma è necessario un incubo per svegliarsi con sollievo
Orme è lo spartiacque dell’album, trovandosi esattamente a metà della tracklist. È un pezzo dalla forte carica melancolica, molto efficace nel proporre immagini che riescono a materializzarsi vividamente davanti a noi mentre ascoltiamo: se Corsi fosse Van Gogh questa canzone sarebbe la sua “Camera ad Arles”:
C'è un uomo triste dentro casa
Dice che almeno lì non ha paura
Non servono grandi finestre per contenere la Luna
C'è un uomo con il cuore a pezzi
Dice che è il prezzo per una vita intera
Passata cercando le stelle nel buio di una miniera
Stasi e ricerca si fondono in una delle strofe più efficaci della musica italiana contemporanea: il protagonista della canzone si limita ad osservare la luna dalla finestra, ma il suo cuore è spezzato dopo aver cercato qualcosa (Felicità? Libertà?) nel posto sbagliato. Si è rinchiuso nel piccolo della propria comfort zone per paura, o al contrario non ha mai trovato ciò che desiderava per non essersi spinto abbastanza in là, rischiando per i suoi sogni? Questo interrogativo sostiene un pezzo che cresce proprio come le onde del ritornello, incapaci di cancellare le tracce lasciate da certe ferite, come orme indelebili su una spiaggia.
Glam Party, settima traccia, è un altro atto glam rock nel personale spettacolo di Lucio Corsi. La notte, la morte, il buio, il ribaltamento della verità: sono questi gli elementi che costruiscono l’ossatura di un brano dal ritmo sostenuto che rappresenta una bozza di testamento poetico dell’autore:
Metto lo smalto alle labbra e sulle dita il rossetto
Il tempo funziona solo davanti allo specchio
Quando sarò giovane avrò modo di riposarmi
Verrà il momento di dare nell'occhio senza ricevere sguardi
Prima dell'aldilà non voglio luci sul palco
Perché la notte è una possibilità
Il buio un foglio bianco
Torna deciso il tema dell’evasione dalla realtà, in questo caso come opposizione a verità e norme quasi dogmatiche. Corsi continua a scrivere il proprio manifesto personale (“Quando sarò giovane avrò modo di ribellarmi / Disobbedendo a tutto ciò che penso / Vestito come vogliono gli altri”) e ribadisce quello artistico, usando un’altra delle sue metafore “stellari”, buttando nella mischia il sole:
Lo sai che la verità mi mette spavento
Le canzoni migliori sono quelle che inventano
Altre vie possibili per stare a galla
Col sole così grande che nel cielo è sia tramonto che alba
Penultimo atto del disco, Danza Classica recupera ancora una volta il tema della ricerca di una “lei”, dipingendo un quadro notturno diviso tra il buio del cielo e il chiarore dei lampioni e della luna:
Chissà dov'è la donna che cerco
Quand'è notte fonda
Sarà colpa del buio
Se ancora non ne ho visto l'ombra
Ma le ombre migliori sono quelle che fa la luna piena
Quando sfugge dalle grinfie della sera
La voce di Corsi accenna a una storia finita male, così scura da non poter essere rischiarata nemmeno dagli “infiniti pali della luce”. Il protagonista del pezzo si sposta allora verso il mare, “specchio che non lo ha mai fatto rimanere uguale”, ma anche nascondiglio della luna quando “sfugge alle grinfie della sera”. La luce di questa luna in fuga dalla notte va sempre ad illuminare lo sfogo di Lucio, che si ripete alla fine di ogni strofa: "Sono anni che nessuno mi trasforma in qualcos'altro".
Forse l’ultima volta risale al periodo insieme alla misteriosa ragazza di cui è alla ricerca? Sicuramente questa affermazione è avvolta da un forte senso di sconsolatezza, ma anche di impazienza mista a rabbia, come se per l’autore fosse inconcepibile non essere costantemente in evoluzione, o trasformarsi in un nuovo “io”; ma suggerisce anche un concetto che ha permeato ogni nota e ogni parola di questo disco, e cioè il superamento di ciò che gli occhi ci mostrano: trovare persone che possano trasformarci in qualcos’altro è fondamentale per non rimanere schiacciati dall’insoddisfazione di essere “soltanto” noi stessi.
È infine a Un Altro Mondo che spetta di chiudere il disco. Il pezzo è la somma dei concetti espressi nel corso di questi nove brani, mettendo l’accento sul discorso della trasformazione e dell’accesso a nuovi mondi e realtà:
Che esista un altro mondo io non ne dubito
Basta credere agli occhi
Credere agli occhi anche quando si chiudono
Lucio Corsi non legge la realtà basandosi solo su ciò che è reale; è piuttosto esplicito in questo pezzo e lo dimostra la sua intera discografia.

To be continued…
Il prossimo capitolo, Volevo essere un duro, è stato annunciato come “un disco di fantasia con i piedi per terra”. Eppure Tu sei il mattino, singolo uscito lo scorso novembre, non rinuncia ad una capatina nello spazio:
Tu sei il mattino, una porta su Marte
scegliendo ancora una volta un elemento di lontananza, una possibilità di fuga se vogliamo (la porta su Marte), per esprimere l’ammirazione e l’amore al “tu” di questa canzone, “io e te tra la gente che non sogna”, in rapporto uguale ma contrario al precedente La gente che sogna.
È difficile immaginare un nuovo lavoro di Lucio davvero privo di riferimenti allo spazio, data la continuità dimostrata nel corso dell’intera discografia. Eppure l’adiacenza a concetti quali la libertà, l’evasione e il sogno, pilastri della produzione di Corsi fino a oggi, ci fa domandare se sia addirittura possibile esulare da questi spunti di riflessione, o se possano essere semplicemente rimpiazzati da altre figure, da altri paesaggi o ambientazioni.
Non che rispondere a una domanda del genere sia poi così importante, in fondo sono solo speculazioni. Ma mi piace pensare, ricordando una certa Guida Galattica, che la risposta possa essere “42”.
